Il nome del gruppo è “Fauna” e si presenta così:

Fauna trasmette un’esperienza organica, psichedelica e perfetta per il dancefloor. La musica è un rituale meditativo in cui gli ascoltatori si ritrovano immersi nei ritmi. Verrai trascinato tra rovi e cespugli da un impulso potente e vulcanico. Tempo e spazio perdono ogni significato in un viaggio attraverso i boschi che distorce la mente.

Taiga Trans, l’album di debutto dei Fauna, è una collisione ipnotica di propulsione krautrock, rituale psichedelico ed energia rave sotterranea.

Il collettivo svedese “outernational” di otto elementi incanala un suono multiculturale e multidimensionale che appare, allo stesso tempo, profondamente radicato e ultraterreno. Immaginate il misticismo ferino dei Goat, la spinta “motorik” dei Can e un dancefloor nella sua dimensione più trascendentale.

Vado a controllare e vedo che i Fauna fanno base a Gothenburg in Svezia. Che “Fauna” sia anche una parola in svedese? In realtà è più probabile che sia stato “adottato” dalla flautista francese che fa parte del collettivo: Fauna Buvat (gli altri sono: Tommie Ek alla chitarra, Ibrahim Shabo al basso, Caroline Kabat alla batteria, Cuneyd Kocalp alle percussioni, Jennie Magnusson alla chitarra, e la sorella di Ibrahim, Alexandra Shahbo, alla voce). Il che mi fa pensare che debba essere pronunciato “alla francese”, con l’accento sull’ultima vocale (“Faunà”).

In cosa consiste dunque il dancefloor trascendentale dei Fauna? Facendo partire la riproduzione dell’album si viene travolti da un mix decisamente esaltante da cui emergono prepotentemente suggestioni mediorientali, complice anche l’uso di strumenti tradizionali come il darbuka, antico tamburo a mano diffuso in Nord Africa e Medio Oriente, o il liuto a manico lungo tipico del folklore turco noto come saz e l’uso della voce in forma di litania tipica della musica araba. Si aggiungono inoltre rumori e “field recording” a rendere il tutto più interessante.

Il collettivo è stato creato da Ek e Shabo che già da dieci anni suonavano in gruppi della scena svedese ma che volevano realizzare qualcosa di maggiormente personale. La loro musica nasce soprattutto da jam session del gruppo che si è venuto coagulando attorno a loro e, come è possibile vedere nella loro partecipazione a Eurosonic Noorderslag 2026 lo scorso gennaio, live (dove di solito si aggiunge un altro membro al collettivo) le tracce in cui è diviso commercialmente l’album si fondono in un unica marea psichedelicamente mediorientale. Che non è solo “esotismo”: è un vero “melting” di culture musicali. Per certi versi un approccio che mi ricorda, piuttosto che le band citate, gli inglesi Loop Guru degli anni ‘90 che riuscivano perfettamente ad unire l’elettronica da dancefloor alle melodie di origine indiana. L’idea centrale è quella di una musica che abita un territorio liminale: un luogo immaginario, fuori dalla cronologia e dai generi, in cui tradizione acustica e innovazione elettronica convivono senza gerarchie. Gli otto brani – da “Bland stenar” (Tra le pietre) a “Blodröda rubiner” (Rubini rosso sangue) – sembrano pensati come capitoli di un’unica deriva, più che come singoli episodi isolati. Titoli come “Bland träden” (Tra gli alberi), “Frusen mossa” (Muschio congelato) o “Boreala ändlösheten” (L’infinito boreale) evocano subito immagini di paesaggio: pietre, alberi, muschio, un’infinità boreale che ben si sposa con il senso di ripetizione ipnotica e di dilatazione percettiva che attraversa il disco. È una musica che lavora per immersione, che non cerca il colpo di scena immediato ma preferisce giocare su entrate e uscite millimetriche di strati sonori, piccoli slittamenti di accento ritmico, cambi appena percettibili di densità. Come esordio, Taiga Trans funziona sia come biglietto da visita sia come manifesto: introduce l’immaginario di Fauna e, allo stesso tempo, lascia la sensazione che questo “mondo” possa espandersi ancora molto. In un panorama dove spesso la commistione tra “world”, elettronica e psichedelia resta in superficie, l’album colpisce per coerenza e profondità. È un disco che chiede tempo e disponibilità all’abbandono, ma che ripaga con un’esperienza d’ascolto totalizzante, in bilico tra club, foresta e spazio cosmico.

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GOCCIA DI SAGGEZZA

Dove il paradosso contamina i rapporti umani, compare la malattia.

~ Watzlawick, Beavin e Jackson