Penso sia nota la querelle social scatenata dallo scrittore Mauro Covacich con il suo ampio articolo sulla fantascienza pubblicato sul numero di Domenica 28 giugno de La Lettura, inserto del Corriere della Sera. Dell’articolo di Covacich – che esordisce esternando che la fantascienza non gli piace e che ha letto poco o nulla (ma ovviamente ha visto i film) – il giudizio definitivo l’ha espresso Emmanuele Jonathan Pilia (direttore di D Editore e di Oblivion) sulla sua pagina Facebook:
Scopro dal profilo di Silvio Sosio che il Corriere della Sera ha investito ben due pagine per dare spazio a Mauro Covacich per fargli dire che… Non gli piace la fantascienza.
Ora, che un giornale nazionale sprechi le sue risorse per questo mi interessa il giusto.
Ma leggendo l’articolo, è interessante andare a scoprire le motivazioni.
Insomma, per Covacich, la fantascienza non sarebbe attraente perché non ne azzecca una: ma proprio non è in grado di prevedere il futuro!
Covacich ridicolizza Soylent Green, perché non è vero che oggi mangiamo le persone. Covacich si lamenta che Philip Dick non avrebbe previsto la moneta digitale (e lo dice mentre descrive minuziosamente la previsione di Dick del degrado capitalistico della subscribe culture su ogni singolo oggetto di uso quotidiano, merito che comunque non gli concede).
Covacich poi si lamenta che NESSUN autore di fantascienza avrebbe previsto la rivoluzione digitale, il mondo ridotto a simulacro continuo, l’esplosione delle immagini in ogni dove, addirittura nessuno avrebbe previsto internet e il metaverso!
L’articolo chiosa con un incredibilmente saccente “Quale autore ha previsto anche solo un pezzetto di tutto questo?”
Ora, la figura meschina l’ha fatta Covacich, ma è possibile che nessuno, nel processo di revisione del Corriere della Sera (che si contende a rotazione il titolo di principale quotidiano italiano) non abbia trovato il modo di evitare all’autore questa figura imbarazzante? Non vi è nessuno che ha letto l’articolo, ha preso il suo cellulare, ha cercato il numero di Covacich sulla sua rubrica, atteso la risposta, e al consueto “pronto?” abbia detto: “Mauro, ma ti sei rimbecillito?”.
Covacich si lamenta che non abbiamo i Precog così come li descriveva Dick (ma vive sotto un sasso che non conosce i software di previsione del crimine come Gotham?), che non abbiamo ancora i robot umanoidi (anche qui: ma ha internet a casa?), o che nessuno scrittore avrebbe preconizzato l’avvento dei social network (e qui vengo colpito nel privato, dato che come rito personale rileggo “Ghost in the shell” quasi ogni anno).
Covacich fa una figura senile mentre cerca di offrire lezioni da maestro a una platea che per educazione non si fa scappare una risata, ma la colpa non credo sia la sua: è ammissibile la completa ignoranza di uno dei generi letterari più letti al mondo; lo è molto meno che un processo di revisione esponga un autore così famoso al rendersi ridicolo su ben due pagine piene di quotidiano.
In sostanza dell’articolo di Covacich non m’importa nulla e semmai è da domandarsi perché il Corriere abbia sprecato due pagine per far scrivere a costui su qualcosa di cui ammette di non sapere nulla (un po’ come se io mi mettessi a scrivere di liscio…). A parte i vari post d’obbligo su Facebook e altri social dove si rivendica la fede fantascientifica, non mi sarei curato di scrivere e riflettere sul nulla espresso da Covacich.
Però, probabilmente in risposta anche alla tempesta social scatenata, sempre il Corriere e sempre sull’inserto La Lettura (e sempre con una grafica abbastanza insulsa che richiama 2001 Odissea nello spazio) domenica 5 luglio, sempre su due pagine, arriva l’articolo di Vanni Santoni, destinato, immagino almeno nelle intenzioni, a sedare gli animi infiammati da Covacich. A questo articolo invece che vorrebbe “difendere” la fantascienza mi sento obbligato a rispondere perché – a mio modo di vedere – è ancor più deleterio (proprio perché si muove sugli stessi registri) di quello di Covacich.
Premessa: non ho mai letto né un libro di Covacich né di Santoni (e da oggi non sarò di certo invogliato a farlo). Ulteriore premessa: Santoni esordisce dichiarando di non essere uno di quelli che con la fantascienza ci è cresciuto, mentre io, senza dubbio, lo sono. Per chi volesse curiosare tra le mie letture allego un file pdf con l’elenco di (più o meno) tutte le letture fantastiche fatte almeno dall’epoca delle superiori ad oggi (più o meno dalla metà in poi l’ordine è cronologico, prima va da un po’ a molto meno). L’elenco in realtà contiene non solo fantascienza ma tutto il fantastico (quindi anche fantasy e horror), anche in versione fumetto e libro game. Ma per certi versi è più interessante l’elenco – quello sì in ordine rigorosamente cronologico – delle letture effettuate dall’11 giugno del 1981 (e che è diventato sul blog il post riassuntivo delle letture dell’anno). All’epoca avevo 16 anni e avevo appena finito la classe terza dell’Istituto Magistrale. All’epoca ero – a differenza di Santoni – perdutamente appassionato di fantascienza, tanto da portarmi gli Urania in classe e leggerli durante interrogazioni altrui o spiegazioni noiose. Le mie letture estive del 1981 si aprono con gialli classici di Agatha Christie e di Ellery Queen, ma ben presto arriva la fantascienza: John Wyndham, Philip K. Dick, Isaac Asimov, Robert Sheckley, ecc. Di molti ricordo ben poco ma ci sono invece storie ancora impresse nella mente come La porta sull’estate di Robert A. Heinlein, Incontro con Rama di Arthur C. Clarke, Gli orrori di Omega di Robert Sheckley, Signore della Luce di Roger Zelazny, ecc. Arrivato all’Università sfrutto la passione fantascientifica per il mio primo 30 e lode in Pedagogia grazie (anche) ad una tesina sull’uso della fantascienza in pedagogia e per l’ultimo in Storia delle Dottrine Politiche per un’altra tesina che mostrava come Gli orrori di Omega di Sheckley era un perfetto esempio ideale di come la società capitalista produca la malattia mentale secondo i pensatori dell’Antipsichiatria (in particolare Ronald Laing e David Cooper).
La fantascienza è stata poi mia compagna (devo dire la verità: a cui non sempre sono stato del tutto fedele, dato che negli ultimi anni ho preferito testi di saggistica a quelli di narrativa) nella professione da bibliotecario e soprattutto nella “side quest” di giornalista free lance. Proprio in quest’ultima veste ho seguito (per il Mucchio Selvaggio e per il Manifesto) la ripubblicazione delle opere di Dick da parte di Fanucci entrando in contatto con Antonio Caronia, con cui stavo discutendo della realizzazione di un testo sulla fantascienza nel genere videoludico proprio prima che la sua dipartita interrompesse il progetto. Non di meno non ho mai abbandonato il genere. Perciò questo post è sì il post di un fan, ma di un fan “critico”, che ha letto e raccontato la fantascienza per anni sulle pagine di settimanali e quotidiani prima del “buen retiro” di questo blog.
A questo fan “critico” cosa non è piaciuto dell’articolo di Santoni? Che, esattamente come quello di Covacich, si muova su due coordinate “errate”: stile e previsioni. Per Covacich gli scrittori di fantascienza fanno schifo come stile e non ne hanno imbroccata una sulle previsioni. Per Santoni gli scrittori di fantascienza fanno schifo come stile (again) ma non solo ne hanno imbroccate parecchie di previsioni ma anche quando non la imbroccano comunque ci fanno riflettere sul futuro.
La fantascienza nasce su due linee guida. La prima è quella dell’avventura e la seconda è quella della speculazione. C’è in realtà in effetti una terza linea, quella della previsione, su cui insistono tanto Covacich quanto Santoni, ma questa coincide col progresso scientifico che va dalla fine dell’‘800 al massimo agli anni ‘50 del Novecento. Almeno dagli anni ‘60 in poi e prima quando ancora la fantascienza non si poteva considerare un genere definito ma al più proto-fantascienza, la linea della previsione non esiste. Anche alcuni scrittori del periodo che pure parrebbero inseriti in quest’ottica, come H.G. Wells, sono da considerare piuttosto all’interno della linea speculativa.
Dal punto di vista dell’avventura è abbastanza evidente come la mancanza di ambientazioni esotiche da una parte col mondo sempre più minuziosamente mappato e il progresso scientifico dall’altra abbiano spostato il classico romanzo d’avventura (quello che noi italiani identifichiamo abitualmente con le storie di Salgari) nello spazio e nel futuro. L’esempio paradigmatico in questo senso è Jules Verne e tutto quanto segue fino a oggi compresa gran parte della cosiddetta “hard science fiction” che utilizza più o meno plausibili scenari scientifici per storie d’avventura che in ambientazioni diverse avrebbero potuto essere d’esplorazione di terre esotiche, di pirati, di guerre marinaresche.
In special modo dagli anni ‘60, ma precedute da esempi estremamente importanti come La città del sole di Campanella, Utopia di Thomas More, Flatlandia di Abbott, Frankenstein di Shelley, si sviluppa la cosiddetta “speculative fiction”, termine anche proposto come alternativo a “science fiction” ma scartato sostanzialmente per motivi di “marketing”. Le opere di speculative fiction non intendono predire il futuro. Al contrario prendono un elemento della contemporaneità e lo isolano come fosse un campione da laboratorio per vedere le reazioni. Esperimenti del genere difficilmente sarebbero possibili con la narrativa “realistica” che deve il più possibile rispecchiare il reale (appunto) per essere accettata. Nella speculative fiction invece il reale non è un vincolo e lo è piuttosto il plausibile o, se si vuole, il verosimile: cosa succederebbe se a causa della sovrappopolazione fossero emessi limiti di età sopra i quali si viene “riciclati”? Se l’Intelligenza Artificiale arrivasse ad un punto di complessità tale per cui si dovessero inserire nella programmazione leggi volte a proteggere gli esseri umani? Se tutta la tecnologia come oggi la conosciamo fosse messa al bando perché considerata responsabile del disastro ecologico? Se solo a chi svolge il servizio militare come servizio alla comunità fosse consentito di votare? Se dovessimo organizzare una rivoluzione in un sistema oppressivo? Tutti questi temi (e ovviamente molti altri) sono al centro di famosi romanzi di fantascienza. E non potrebbero esserlo in romanzi “realistici”. È per questo (e non per altri motivi) che autori come George Orwell o Aldous Huxley si sono rivolti al genere fantascientifico per narrare le storie per cui sono ricordati. Ma non solo loro: né Covacich né Santoni accennano a quello che Harold Bloom ha definito il più importante autore statunitense contemporaneo: Cormac McCarthy. Anche McCarthy, per mettere alla prova temi cari allo scrittore come la solidarietà di fronte ad un ambiente ostile, l’ostinata fedeltà ai propri valori di fronte al completo ribaltamento degli stessi deve rivolgersi a questo genere. E La strada (di cui ho scritto qui) non è solo un grandissimo romanzo di fantascienza (come, per altro, 1984 o Il mondo nuovo) ma un grandissimo romanzo “tout court”. E grazie – diranno Covacich e Santoni -: McCarthy sì che è uno scrittore ed è solo “prestato” alla fantascienza. E allora rispondiamo con uno scrittore che parte nella sua carriera dalla fantascienza per arrivare alle vette della letteratura: Kurt Vonnegut. I primi romanzi di Vonnegut sono i fantascientifici Piano meccanico e Le sirene di Titano ma, qualcuno potrà osservare, poi si è evoluto passando alla narrativa realistica. Però ciò non toglie che il suo indiscusso capolavoro – Mattatoio n. 5 – resta, nonostante tutto, un romanzo (anche) di fantascienza: ci sono gli alieni, ci sono i viaggi nel tempo, c’è un dispositivo che distrugge l’universo. Avrebbe potuto Vonnegut eliminare questa parte fantastica per narrare la tragedia del bombardamento di Dresda? No, perché sarebbe rimasta una storia banalmente diaristica sulla Seconda Guerra Mondiale, mentre in questo modo Vonnegut ne fa un concentrato filosofico (ne ho accennato qui presentando la versione a fumetti).
E lo stile? Resta il punto dolente secondo Santoni (che magnifica – secondo me a sproposito – le predizioni avverate o comunque plausibili) che nella sua ricerca di un punto di riferimento letterario si scontra con la povertà stilistica dell’osannato Dick. Bella forza questa critica: Dick, come gli altri autori di fantascienza coevi scriveva per “pulp magazine” che chiedevano non stile ma immagini ed emozioni da fornire ai lettori. Basterebbe solo andare ad opere come Un oscuro scrutare o La trasmigrazione di Timothy Archer per far sbattere i denti santoniani su uno stile espressivo assolutamente di rilievo. Ma voglio invece riportare l’incipit da un altro libro:
Il deliverator appartiene a un gruppo d’élite, a una sottocategoria onorata. Ha esprit da vendere. Al momento si sta preparando a compiere la sua terza missione della notte. L’uniforme è nera come carbone attivo e assorbe persino la luce dell’aria. Una pallottola rimbalzerebbe sulla sua corazza di aracnofibra come uno scricciolo contro la porta di un patio, ma le zaffate di sudore la trapassano come brezza in una foresta appena napalmizzata. In corrispondenza delle estremità ossute del corpo, la sua tuta è munita di rinforgel sinterizzato: addosso fa l’effetto di una gelatina granulosa, ma protegge come una pila di guide del telefono.
Avranno i libri di Santoni (o di Covacich) una prosa che, come quella di Neal Stephenson in Snow Crash, ha la capacità contemporaneamente di dare la sensazione di una doccia fredda ma anche di qualcosa che non puoi assolutamente smettere di leggere? A proposito, di Snow Crash, che resta nella mia top ten di romanzi di fantascienza preferiti, ho tempo fa scritto qui. Per poi non parlare di Neuromante (che non è uno dei miei romanzi di fantascienza preferiti) il cui incipit è uno dei più citati in assoluto: «Il cielo sopra il porto aveva il colore della televisione sintonizzata su un canale morto.». In sostanza la mancanza di stile, che preferirei piuttosto descrivere come mancanza di rifinitura letteraria, è una caratteristica della fantascienza dell’epoca delle riviste: almeno dagli anni ‘60 in poi è piuttosto un mito negativo che si trascina. Ma anche qui: cos’è stile? La rifinitura letteraria, il cesello nella scrittura non fanno (da soli) letteratura. Dick che scriveva a rotta di collo per comprare da mangiare per se e per la sua famiglia (non sempre riuscendo a portare a casa qualcosa di meglio che carne venduta per animali domestici) ha comunque prodotto opere che riescono ad abbagliare anche il lettore attuale. Non è che lo “stile” nel suo caso avrebbe fatto danni (e forse lo possiamo vedere nelle sue prove di narrativa realistica sempre rifiutate dagli editori mentre lui era in vita)? Quantomeno: lo stile come ricerca di scrittura pretenziosa. Lo “stile” di Dick (ma ancora: era capace anche di altro, come dimostrano i due testi citati sopra) era mimetico rispetto alle sue trame: come i mondi e le persone inevitabilmente degradavano anche la sua prosa doveva mantenersi sciatta? Magari se ne parlerà altrove.
In conclusione la fantascienza non è la migliore letteratura possibile: come ammise uno dei suoi grandi autori, Theodore Sturgeon, la fantascienza è al 90% spazzatura, ma – notava anche – il 90% di tutta la narrativa è spazzatura. Si tratta allora non di condannare o nobilitare un genere, quanto di segnalare i “cristalli sognanti” che ci fanno crescere e rendere esseri umani migliori. Nella narrativa a qualsiasi genere (o non-genere) appartenga.




Link nel post:
- Sito di D Editore: https://deditore.com/
- Sito di Oblivion, Fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale: https://oblivionfair.it/
- Pagina Facebook di Emmanuele Jonathan Pilia: https://www.facebook.com/Emmanuelepilia2
- Mia recensione di La strada di Cormac McCarthy: https://ossessionicontaminazioni.com/2007/10/22/post-57/
- Mio post sulla versione a fumetti di Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut: https://ossessionicontaminazioni.com/2022/11/24/vonnegut-a-fumetti/
Clicca per scaricare l’elenco dei libri di fantascienza che ho letto

Rispondi