No Ritmo da Terra prima che un album musicale è un manifesto politico.

Ma torniamo a trent’anni fa. Nel 1996 la band metal brasiliana dei Sepultura pubblica Roots, il loro album di maggior successo. In quell’album riprendono, all’interno delle strutture del trash metal la musica tipica degli indigeni brasiliani. Qui il video di una delle più note hit dall’album, Ratamahatta:

Trenta anni dopo arriva Lua Viana che ribalta completamente l’impostazione dei Sepultura: non è il metal a riprendere e riadattare la musica indigena, ma è la musica indigena a riprendere e riadattare temi, strutture e tecniche del metal (e in generale della musica pop occidentale). Come ho scritto all’inizio, No Ritmo da Terra (in italiano: Al ritmo della Terra) prima che un album musicale è un manifesto politico (in realtà il secondo di una trilogia iniziata con Natureza Morta dell’anno scorso, che devo ancora recuperare) in cui Lua Viana col nome artistico di Antropoceno propone, attraverso la musica, una filosofia ben precisa e non a caso, nella pagina dell’album su Bancamp rimanda alla sua pagina su Substack con il post/manifesto Il futuro ancestrale come un progetto estetico.

In esso Lua Viana sostiene che:

La musica popolare brasiliana è radicata nella spiritualità afro-indigena. I canti religiosi dei terreiros di umbanda e candomblé hanno fornito lo scheletro ritmico per la costruzione dei generi che formano il folclore nazionale, come samba, choro, forró, axé o carimbó, manifestazioni che sono servite come base per essere associate in seguito a una serie di nuove influenze.

Articolata inizialmente attraverso il Manifesto Antropofago [da Wikipedia: Il Manifesto antropofago […] fu pubblicato nel 1928 dal poeta brasiliano Oswald de Andrade, figura chiave nel movimento culturale del modernismo brasiliano e collaboratore della Revista de Antropofagia. […] Scritto in prosa poetica in uno stile modernista ispirato al poema Una stagione all’inferno di Rimbaud, il Manifesto antropofago è uno scritto […] esplicitamente politico […]. Il Manifesto è stato spesso interpretato come un saggio a sostegno della tesi per cui la storia del Brasile di “cannibalizzazione” di altre culture sarebbe la sua più grande forza, sfruttando per tale posizione anche l’interesse primitivista dei modernisti per il cannibalismo come presunto rito tribale. Secondo tale tesi, il cannibalismo diventerebbe dunque per il Brasile un modo per affermarsi contro il dominio culturale postcoloniale europeo], l’idea di brasilianità che è stata messa al centro nel XX secolo ha trovato nello spirito sincretico la sintesi della sua identità artistica. Da lì in poi, come forma di affrontare l’invasione culturale e tecnologica dell’Europa e degli Stati Uniti, le influenze straniere hanno cominciato a essere divorate e fuse con i generi che componevano il nostro folclore.

Quello che l’Antropofagia non poteva anticipare è stata la facilità con cui il grande capitale sarebbe riuscito a catturare le avanguardie e trasformarle in prodotti. Il progetto sincretico ha incontrato i suoi limiti di azione politica quando si è scontrato con la disparità di potere economico dell’impero americano, che avrebbe cominciato a strumentalizzare la propria cultura come una macchina di guerra ideologica a partire dagli anni Quaranta, imponendo mezzi materiali di produzione, come le chitarre elettriche e i sintetizzatori, e di riproduzione, come le radio, la TV, i CD e gli streaming, che hanno provveduto a riconfigurare la nostra società come un mercato di consumo.

Questo processo mirava a sottomettere tutte le sfere della vita agli interessi del capitale e, lungo la strada, a cancellare le manifestazioni che sfuggivano alla logica del mercato. Il colonialismo culturale si è appropriato dello spirito sincretico per imbiancare le manifestazioni afro‑indigene e dissolvere la cultura popolare nelle influenze occidentali, avvicinandola agli stili predominanti nel cuore dell’impero. In questo modo, essa poteva essere convertita in un prodotto più appetibile che promuovesse l’individualismo e gli altri valori alienanti essenziali per la dominazione psichica del neoliberismo.

[…]

Con i cambiamenti climatici e la nuova ascesa del fascismo che mettono a nudo l’impossibilità della logica della crescita infinita, è sempre più necessario un progetto culturale capace di riallineare le nostre visioni del mondo, affinché esse si emancipino dall’ideologia del progresso che ha reso possibili gli avanzamenti del capitalismo nel mondo e la distruzione del pianeta. Nella sua opera, Ailton Krenak sostiene che l’unica soluzione a queste previsioni apocalittiche sta nel recupero delle cosmovisioni e dei dispositivi sviluppati dai popoli che hanno mantenuto una connessione con il pianeta per resistere all’avanzata del capitale. In altre parole, “se c’è un futuro da prendere in considerazione, questo futuro è ancestrale”.

Dobbiamo rinunciare all’antropocentrismo che silenzia le altre presenze del mondo, riallinearci con il pianeta e capire che siamo molto simili agli altri animali e agli altri esseri viventi, riprendendo forme di organizzazione capaci di decentrare il soggetto e ricollocarlo in comunione con il suo ambiente.

Affinché la pratica sincretica sia in grado di preservare saperi ancestrali e impedire che vengano cancellati nel tempo dalla pressione economica del potere imperiale, è necessario capire che le relazioni interculturali non sono simmetriche, che lo scontro culturale è conflitto economico e che esiste un interesse da parte del grande capitale ad alienare e sottomettere coloro con cui si confronta.

La nostra eredità antropofaga deve essere aggiornata alle necessità materiali contemporanee. La soluzione non è una completa negazione delle influenze straniere, bensì una pratica artistica di espropriazione delle tecnologie occidentali, che le metta al servizio del recupero dell’ancestralità.

Un progetto di emancipazione della produzione culturale brasiliana deve passare attraverso la decostruzione e, soprattutto, la sovversione delle influenze occidentali a favore della ripresa di dispositivi ancestrali che siano in grado di fornirci autonomia nella costruzione di valori, principi e soggettività. Per farlo, è necessario invertire le relazioni di conflitto inerenti alla pratica sincretica, sottomettendo le tecnologie occidentali e le loro aspirazioni futuristiche agli interessi della nostra sovranità.

Il funk brasiliano è un esempio pratico di questo nuovo linguaggio sincretico, una prova che possiamo servirci delle tecniche di produzione moderne per dare nuova vita ai tamburi e ai ritmi ancestrali. La sua caratteristica definitoria come genere è l’utilizzo di tecniche e strumenti della musica elettronica per creare beat all’interno della sua clave, che trova le sue origini nel ritmo congo dell’agogô, presente nei terreiros delle religioni di matrice africana.

Il vigore della sua scena, che rimane fedele alle sue origini di manifestazione popolare delle periferie, è possibile solo grazie a tecniche di appropriazione delle influenze straniere, come la pirateria e l’uso di sample. Quasi come una pratica di controspionaggio, la presa di possesso di questi strumenti di produzione artistica ci permette di riconfigurare gli elementi ancestrali su un nuovo linguaggio connesso alle esigenze dello spirito del nostro tempo, pieno di potenziale da esplorare.

In quest’era di musica digitale, segnata dall’abbondanza di produttori, artisti e DJ indipendenti, ciò che ha davvero democratizzato l’accesso alla produzione musicale non è stata l’introduzione di strumenti come le DAW, i VST, i plugin e i simulatori, bensì il modo in cui la cultura popolare ha interagito con essi, appropriandosene e creando reti di informazioni, reinterpretando e metamorfizzando le imposizioni culturali.

La nostra ansia di futuro non può essere catturata dai deliri distopici della Silicon Valley. Dobbiamo capire che i saperi ancestrali non appartengono al passato, sono presenti nel DNA della nostra cultura popolare e ci indicano un orizzonte, un’idea di futuro basata su un riallineamento ontologico con la Terra, che è l’unica soluzione possibile alla catastrofe causata dal capitalismo colonialista.

L’arte è una delle forme più efficaci di sfidare visioni, dialogare con sensibilità intime e costruire nuove prospettive e visioni del mondo; è un fattore determinante per sviluppare una sovranità nella produzione di soggettività. Il futuro è ancestrale e deve essere articolato anche come un progetto estetico. Dobbiamo mettere il nostro cuore nel ritmo della Terra.

Ma chi è Ailton Krenak alla cui opera Lua Viana si richiama? Ailton Krenak è un intellettuale e leader indigeno brasiliano, scrittore e filosofo, attivista ambientale e rappresentante del popolo Krenak dello stato di Minas Gerais. È noto come una delle principali voci del movimento indigeno brasiliano e della critica al colonialismo e al modello di sviluppo occidentale. È stato protagonista dell’Assemblea costituente brasiliana del 1987‑88, dove intervenne in Congresso con il volto dipinto di nero in segno di lutto per gli attacchi ai diritti indigeni. Ha contribuito all’inserimento dei diritti dei popoli indigeni nella Costituzione brasiliana del 1988. Nei suoi testi difende una visione non antropocentrica, in cui gli esseri umani non sono superiori alla natura ma parte di una rete di relazioni con fiumi, foreste e altri esseri viventi. Tra i libri più citati ci sono Idee per rimandare la fine del mondo e Futuro ancestrale (nei link le edizioni italiane dei due testi), che criticano l’idea di progresso infinito e propongono il recupero dei saperi ancestrali come via per affrontare la crisi climatica.

Nel Manifesto di Lua Viana, Krenak è la matrice filosofica che permette di pensare la musica brasiliana come “futuro ancestrale”, cioè come uso del passato vivo per immaginare un altro domani. Krenak critica l’idea moderna di sviluppo: la logica della crescita infinita è incompatibile con i limiti del pianeta e con la dignità dei popoli indigeni. Per lui occorre rompere l’antropocentrismo: non siamo “padroni” della natura, ma una presenza tra le altre, in continuità con animali, fiumi, montagne, spiriti, come ricordano gli orixás di cui parla il testo. Lua applica questo pensiero alla MPB e al funk: la missione non è rifiutare chitarre, synth o DAW, ma “espropriare” le tecnologie occidentali e metterle al servizio dei ritmi, dei canti e dei dispositivi afro‑indigeni. Il funk diventa l’esempio concreto di futuro ancestrale: usa strumenti moderni (campionamento, elettronica) per far vivere una clave (pattern ritmico di base tipico della musica afro‑cubana e latina) che viene dal ritmo congo dell’agogô dei terreiros. Krenak ricorda che gli incontri culturali non avvengono in condizioni di parità: il sincretismo è anche scontro, perché l’impero economico tenta di neutralizzare ciò che non controlla. Lua riprende questo punto per dire che l’eredità antropofaga va aggiornata: non basta “mescolare” influenze, bisogna rovesciare il rapporto di forza e usare le tecnologie dell’impero per rafforzare le forme di vita popolari e comunitarie. In Krenak l’arte non è ornamento ma strumento per cambiare visioni del mondo, per produrre altre soggettività e altri desideri, sganciati dal consumismo. Il brano di Lua chiude proprio così: il futuro ancestrale deve essere anche un progetto estetico, e la musica è uno dei modi più potenti per “mettere il cuore al ritmo della Terra”, cioè riallineare sensibilità e immaginario con il pianeta.

In conclusione per No Ritmo da Terra si deve usare la parola chiave “sincretismo” (che non a caso ricorre spesso nel Manifesto): “unione e fusione di elementi ideologici già inconciliabili, attuata in vista di esigenze pratiche di carattere culturale, filosofico o religioso, appartenenti a due o più culture o dottrine diverse” (da Wikipedia). Nell’album confluiscono musica folk brasiliana e registrazioni ambientali della foresta amazzonica, tecniche elettroniche futuristiche derivate da generi come post‑rock, glitch e metal d’avanguardia. Con testi in portoghese, tupi e yoruba, l’album ricontestualizza i canti del Candomblé e della Capoeira. Contemporaneamente No Ritmo da Terra è qualcosa di musicalmente nuovo ma anche di già sentito, anche se non si hanno origini indigene brasiliane, perché arriva dal respiro primordiale che ha dato origine alla musica nell’umanità ancestrale.

Lua Viana / Antropoceno

POST SCRIPTUM: gli album di Lua Viana/Antropoceno sono offerti (almeno su Bancamp) in modalità “paga quello che vuoi”.

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Dove il paradosso contamina i rapporti umani, compare la malattia.

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