Sono un fan della prima ora delle MUNA. Per dirla con una loro canzone: un “number one fan”. Le avevo intercettate fin dal loro esordio, about u, del 2017. Finito subito al primo posto della mia top ten dell’anno. Dopo un secondo album, Saves The World, del 2019, che mi era piaciuto ma senza sfracelli, ecco arrivare, nel 2022, MUNA che torna a capeggiare i dieci album più amati dell’anno. Quell’anno ho talmente sfiancato i figli (scandalizzati che mi ascoltassi canzoni di un gruppo queer) che, nella top ten, non ho potuto fare a meno di giustificare l’amore per il terzetto:

Già avevo stravisto per il loro album d’esordio, About U, nel 2017 col loro sound da pop anni ’80 rifatto come se fosse assolutamente nuovo; mi era piaciuto (anche se forse un po’ meno) il loro secondo, Saves The World, del 2019 e ritorno ora ad avere questo loro ultimo omonimo in heavy rotation su tutti i dispositivi musicali che uso. Adoro il mondo che riescono a dipingere con la loro musica: un mondo queer e coi colori della rivoluzione pacifista. Forse proprio per questo il secondo mi era piaciuto meno: meno “politico” e più intimista e introspettivo. Sicuramente parte del fascino delle MUNA sta anche nel caratteristico timbro vocale della cantante Katie Gavin che imprime uno spin personalissimo a tutte le loro canzoni.

Due frasi sono fondamentali: “col loro sound da pop anni ’80 rifatto come se fosse assolutamente nuovo” e “caratteristico timbro vocale della cantante Katie Gavin”. Oddio, in realtà tre: “il mondo che riescono a dipingere con la loro musica: un mondo queer e coi colori della rivoluzione pacifista” ma questo aspetto non manca mai, neppure in Dancing On The Wall, il loro ultimo album appena uscito. Nella presentazione si parla del contesto storico in cui l’album viene pubblicato:

Emergendo dalle vette scintillanti e piene di coriandoli del loro disco omonimo del 2022, le MUNA ora incanalano l’energia ansiosa e incerta del vivere in una Los Angeles definita da tensioni politiche, decadimento ambientale e dalle silenziose pressioni della precarietà millennial.

Come si declina questa “energia ansiosa e incerta”? In un ossessivo ritmo techno da dancefloor anni ‘90 (perlomeno negli anni ‘90, gli ultimi in cui sono andato in discoteca, il ritmo onnipresente era quello) che “annega” non solo il “caratteristico timbro vocale della cantante Katie Gavin”, ma annulla anche quasi completamente il sound anni ‘80 da cui erano partite.

Prendiamo ad esempio qualche canzone. La title track parte esattamente con le strutture musicali tipiche delle MUNA ma, invece di evolversi, mantiene ossessivamente per tutta la sua durata lo stesso ritmo martellante, non permettendo alla melodia della canzone di dispiegarsi, al cantato della Gavin di prendere il volo. Ancora più MUNA è la successiva Eastside Girls: c’è un accenno di melodia strutturata, ma anche qui il ritmo prevale e schiaccia tutto il resto. Certo: il ritmo si declina in modo diverso in ogni canzone, ma comunque abbiamo sempre l’impressione che sovrasti il resto. Guardate il video di Wannabeher: si vedono chitarre, ma praticamente non si sentono! Ovviamente non è che negli album precedenti mancasse il ritmo: in MUNA abbiamo canzoni come Anything But Me e ancor più What I Want che sono brani perfetti per il dancefloor e anche la stessa I Know A Place che è uno degli hit che più ha lanciato il loro album d’esordio è caratterizzato da una ritmica potente. Ma: da una ritmica potente che non seppellisce il cantato. Che non soffoca la canzone. In Dancing On The Wall ci sono momenti in cui si ha il dubbio che la melodia e il ritmo siano stati accoppiati a caso. Paradossalmente la canzone che mi piace di più è quella di chiusura, Buzzkiller, che inizia con un ritmo talmente distorto da sembrare astratto e che, nonostante continui indefesso fino alla fine, proprio grazie al suo essere “alieno” paradossalmente esalta la voce di Gavin piuttosto che soffocarla.

Mi viene il dubbio che l’esordio solista di Katie Gavin due anni fa (ne ho scritto qui), fatto nell’orizzonte della musica acustica, del folk, addirittura del country, abbia spostato in contrapposizione il peso del nuovo MUNA troppo in direzione del dancefloor, lasciando la parte melodica nella dimensione solista. Nelle interviste rilasciate, Katie Gavin, Josette Maskin e Naomi McPherson (che produce anche la maggior parte dei brani dell’album) parlano di un album con l’energia del punk per fronteggiare la situazione attuale e dichiarano il loro sostegno per la Palestina. Musicalmente però non siamo dalle parti dell’anarchia punk ma piuttosto della musica da discoteca, per quanto impegnata.

Col che non voglio indurre l’idea che Dancing On The Wall sia un album brutto: al contrario è piacevole da ascoltare e ancor più da sparare a tutto volume ad una festa. Quello che a me personalmente manca sono gli “anthem” che caratterizzavano i precedenti album (compreso il secondo): canzoni come Silk Chiffon (con la chitarra che sola accompagna la voce prima che entrino anche gli altri strumenti), la bellissima e acustica Kind Of Girl che ho condiviso ovunque, quella sorta di sua versione prototipale che è Taken su Saves The World, per non parlare di Loudspeaker o di I Know A Place dal primo album. Alla fine quello che davvero manca a Dancing On The Wall è una varietà dialettica tra le varie canzoni sostituita da una fin troppo granitica coerenza.

Finito di ballare le MUNA ritroveranno un po’ di dolcezza e passione?

Link nel post:

2 risposte a “MUNA da dancefloor”

  1. Avatar wwayne

    Post pieno di entusiasmo e di autentico amore per la musica. Mi è piaciuto davvero tanto, come tutto ciò che scrivi.

    1. Avatar st2wok

      Troppo buono, grazie

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