Lo scorso 27 marzo è uscito Honora, il primo album solista di Flea (al secolo Michael Peter Balzary), leggendario bassista dei Red Hot Chili Pepper. Perché “leggendario”? Lascio la spiegazione a Wikipedia:

È considerato uno dei bassisti più virtuosi della scena rock e funk (specialmente per la sua tecnica dello slap nei primi cinque lavori del gruppo) e in generale tra i migliori di tutti i tempi. Nel 2003 Rolling Stone lo posiziona al secondo posto nella lista dei 10 migliori bassisti di tutti i tempi. I suoi giri funk di basso ritmico e melodico costituiscono una parte portante nelle canzoni dei Red Hot Chili Peppers, servendo da base per il testo di Anthony Kiedis e per le chitarre di Hillel Slovak, John Frusciante, Dave Navarro e Josh Klinghoffer.

Per quel poco che possono valere le mie valutazioni in ambito musicale, la What It Is presente nella raccolta di demo e versioni alternative Out In L.A. (pubblicata nel 1994), fatta solo dello slap fleano e del rappare kiedisiano, sostenevo essere la quintessenza del sound RHCP. In realtà mi rendo conto che tale valutazione vale forse solo per la prima “fase” del gruppo, per intenderci almeno fino alla prima uscita di Frusciante dal gruppo. Resta comunque un pilastro fondamentale del loro sound.

Per questo mi sono stupito venendo a sapere che in realtà il primo strumento musicale affrontato da Flea bambino è stata la tromba e che allo studio e alla pratica musicale della tromba è tornato negli ultimi anni. Stupito perché la tromba, come strumento musicale, appare uno tra i più lontani della cifra distintiva impressa alla musica da Flea col suo basso (per farla breve: è difficile immaginare come si possa slappare con la tromba).

Per approfondire questa “svolta” è estremamente utile e interessante l’articolo/recensione/intervista di Nicholas David Altea sul numero di marzo di Rumore. Nella sua prima domanda Altea chiede: Qual è stato il momento esatto in cui hai capito che volevi fare un disco jazz? A cui Flea risponde: Non sapevo cosa sarebbe venuto fuori. Non so nemmeno se sia davvero un disco jazz.

Indubbiamente i musicisti interpellati per accompagnarlo in questa avventura musicale sono di primo piano in questo ambito (Josh Johnson, Jeff Parker, Anna Butterss, Deantoni Parks, ecc.) a cui si aggiunge un sublime Nick Cave nella cover di Wichita Lineman. E altrettanto indubbiamente la maggioranza dei brani hanno una struttura riconducibile al jazz. Anche A Plea, il singolo che ha anticipato l’uscita dell’album e che si apre con un caratteristico e riconoscibilissimo giro di basso che è la firma di Flea nei RHCP, si stempera dal funk al jazz non appena entrano in scena i fiati.

Tuttavia quello che mi sembra il brano più originale e caratteristico dell’album è piuttosto Frailed, una lunga suite di quasi 11 minuti in cui si giustappongono una linea ritmica e una linea melodica. Le due linee apparentemente non sono strutturalmente connesse e interdipendenti ma, appunto, solamente giustapposte. In più il cambio di strumenti all’interno di ciascuna delle due linee non avviene in un ambito di sviluppo musicale ma apparentemente solo di banale evoluzione. Il tutto, così descritto, potrebbe immaginarsi come caotica accozzaglia di suoni. Al contrario diventa una sorta di trappola ipnotica per l’ascoltatore che entra in una dimensione da cui sembra non possa (e sicuramente non voglia) uscire. Certo, ci sono anche brani come Thinkin Bout You squisitamente melodici, in cui la tromba è una vera e propria carezza musicale. Il tutto è un viaggio nel genio musicale di Flea che scopriamo con piacere non limitato solo al mondo RHCP ma in grado di offrire percorsi anche assai diversi – nel mondo del jazz e oltre – ma non meno affascinanti (a differenza di certe prove soliste interessanti finché si vuole ma fin troppo “astratte” e “di ricerca”).

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