Ogni tanto scopro musica che mi fa innamorare e mi chiedo come sia possibile che non ne sia venuto a conoscenza prima. È il caso di Canto Ostinato del compositore olandese Simeon ten Holt.

Formatosi sotto la guida del compositore olandese Jakob van Domselaer, Ten Holt ha proseguito gli studi anche in Francia con Arthur Honegger e Darius Milhaud.

La sua carriera compositiva ha attraversato diversi periodi stilistici seguendo un percorso di ricerca di uno stile personale.

A partire dalla grande influenza che ebbe inizialmente su di lui il suo maestro van Domselaer, compositore prettamente tonale, Ten Holt elaborò e teorizzò uno stile personalissimo da lui chiamato diagonale, che si muove tra tonalità e atonalità, basato sulla combinazione di tonalità complementari.

Dopo aver sperimentato l’accostamento del serialismo e delle tecniche aleatorie a composizioni tonali, passando anche per la musica elettronica, Ten Holt ha raggiunto uno stile ben definito attraverso un uso personalissimo della “…tonalità dopo la morte della tonalità…” (Simeon ten Holt) servendosi, come interprete principale, del pianoforte.

Espressione di tale linguaggio è la sua composizione più famosa, Canto Ostinato, composto tra il 1976 e il 1979, per un numero indefinito di tastiere e dalla lunghezza variabile, vista la struttura a sezioni a carattere improvvisativo che ricorda molto quella di In C di Terry Riley. La tonalità viene continuamente manipolata da ten Holt, gradualmente allontanata dal suo stato di dominanza, fino al cromatismo, all’atonalità, per poi essere ridefinita, come purificata dalla sua stessa distruzione.

[da Wikipedia]

Riguardo a Canto Ostinato:

L’aspetto più notevole di questo lavoro è la grande libertà concessa all’esecutore o agli esecutori. Il brano può essere eseguito con strumenti diversi e con un numero variabile di interpreti. Più comunemente viene suonato con due o quattro pianoforti, ma durante la prima esecuzione a Bergen, nell’Olanda Settentrionale, gli esecutori utilizzarono tre pianoforti e un organo elettrico. Altri aspetti che illustrano questa libertà si ritrovano nel modo in cui il pezzo è stato costruito. Il compositore ha creato centosei piccole cellule, chiamate “sezioni”, di poche battute, che possono essere suonate ad libitum e ripetute una o molte più volte (fatti salvi alcuni “bridge”). A causa di questa struttura, l’esecuzione può durare da circa due ore [in realtà la durata minima indicata sulla pagina web del compositore è 80’] a più di un giorno.

L’intero brano procede a un tempo costante di ♩ = 60, indicato più volte nella partitura. Inizia in 2/4 che, dato l’uso sistematico delle quintine in questa composizione, è in realtà 10/16.

[…]

Questo brano è considerato di origine minimalista, a causa della natura ripetitiva del pezzo, ma su questo punto esiste un certo dibattito. Ten Holt usa di solito il termine «codice genetico» per descrivere il proprio lavoro, probabilmente per via della particolare costruzione del pezzo. A differenza di un’alta percentuale della musica classica contemporanea che non è tonale e/o consonante, Canto Ostinato contiene armonie tonali e non diventa (molto) dissonante. Un altro aspetto caratteristico è il fatto che si possono ascoltare per tutto il brano le stesse o simili figure di basso e armonie, il che spiega il titolo. Se si dovesse racchiudere l’essenza di Canto Ostinato in una sola parola, si potrebbe usare «meditativo», perché le diverse sezioni sono simili, ma generano reazioni emotive differenti.

[tradotto dalla pagina in inglese di Wikipedia]

Relativamente all’incasellamento della musica di ten Holt nel minimalismo, è utile e interessante leggere quanto scrive a proposito, sul sito del compositore, Ton van Asseldonk (membro della Simeon ten Holt Foundation):

L’emergenza nel minimalismo

Sebbene la musica di Simeon ten Holt venga spesso classificata sotto l’etichetta del Minimalismo, ci si chiede se questa definizione colga davvero la reale essenza del suo talento compositivo. Sebbene l’ispirazione minimalista sia indubbiamente presente in tutte le sue opere per pianoforte, il tratto distintivo non è tanto la struttura ritmica e tonale tipica di questo stile, quanto piuttosto lo spazio evolutivo che la sua musica crea per gli interpreti che la eseguono.

Le composizioni di Simeon non sono semplici opere singole, quanto piuttosto una collezione di un numero infinito di composizioni, tutte celate in un unico codice scritto. Come una moltitudine di immagini nascoste in un’immagine fotografica olografica, la partitura traccia uno “spazio di soluzioni” in cui la forma e il profilo effettivi si sviluppano nel tempo verso la loro piena estensione e profondità.

Ogni esecuzione è quindi unica, eppure riconoscibile come parte di una collezione più ampia. Come la vita stessa, essa emerge e prende forma in un’interazione complessa tra i “genotipi” — intesi come codice nella partitura — e il contesto formato da esecutori e pubblico. Questa caratteristica evolutiva e interattiva distingue la sua musica dal minimalismo mainstream e le conferisce una posizione speciale all’interno di questo genere. Mentre il minimalismo è essenzialmente uno stile modernista e costruttivo, la musica di Simeon è meglio definibile come postmodernista e di natura organica.

Il successo di questa musica può essere spiegato proprio tenendo a mente questa caratteristica, poiché si connette con il pubblico su un piano emotivo, conducendolo in un viaggio ogni volta unico attraverso uno spazio musicale. Un viaggio avventuroso ma non insicuro, stimolante ma non oltre il limite, inesplorato ma non casuale.

Di Canto Ostinato ci sono diverse esecuzioni. Nella versione per quattro pianoforti per cui è stato originariamente pensato, è possibile vedere su YouTube l’esecuzione da parte del Rondane Kwartet:

In realtà però sul sito ufficiale di ten Holt c’è un apprezzamento da parte del compositore per la versione per due pianoforti eseguita da Sandra e Jeroen van Veen, pubblicata da Zefir Records e disponibile su Bandcamp:

Se avete ascoltato anche solo una parte di Canto Ostinato in una o nell’altra o in entrambe queste due versioni vi siete sicuramente resi conto della problematicità di classificare quest’opera come Minimalismo. Se pensiamo ad uno degli esponenti principali del Minimalismo musicale come Steve Reich, notiamo che le sue opere si sviluppano attraverso la minima variazione nella ripetizione di minuscoli pattern sonori il cui fascino arriva non (tanto) dallo sviluppo ma (piuttosto) dalla contrapposizione timbrica dei vari strumenti usati. In ten Holt (almeno per quanto riguarda Canto Ostinato) invece c’è sì la ripetizione ma all’interno di un vero e proprio sviluppo e di un dialogo tra i vari strumenti coinvolti. Non solo: lo stesso compositore usa il termine “codice genetico” perché per le sue opere (e in particolare Canto Ostinato) prescrive delle condizioni piuttosto che una partitura precisa così che i musicisti possano interpretarla in maniera creativa a seconda della propria sensibilità. Se ogni esecuzione di una stessa opera è diversa dall’altra, per le opere di ten Holt possiamo forse arrivare a dire che ogni esecuzione è in se stessa un’opera diversa.

E qui però arriviamo alla trascrizione di Erik Hall di Canto Ostinato per orchestra. Nel 2023 Erik Hall, pianista e compositore statunitense, propone una propria versione di Canto Ostinato utilizzando un pianoforte Steinway Model O, un piano Rhodes electric e un organo Hammond M-101, sovraincidendo le varie parti (come aveva fatto nel 2020 per una sua versione di Music for 18 musicians di Steve Reich).

Questa versione è disponibile in streaming:

La versione di Hall di Canto Ostinato ha ottenuto un significativo riconoscimento della critica, soprattutto negli Stati Uniti dove il compositore olandese era pressocché sconosciuto. Ed è stata notata da Andrew Cyr, direttore artistico e direttore d’orchestra del Metropolis Ensemble, che ha proposto ad Hall di realizzare una trascrizione per orchestra dell’opera. Dopo numerose esecuzioni dell’opera che hanno riscosso notevole successo è arrivata la decisione di registrare e pubblicare questa versione orchestrale realizzata con il Metropolis Ensemble e il gruppo dei Sandbox Percussion.

Curiosamente avevo già scritto, oltre 10 anni fa, di “musica meccanica riportata in vita”: si trattava della presentazione dell’album con opere per piano meccanico di Conlon Nancarrow trascritte per quintetto e pianoforte. Per quanto l’opera di ten Holt non possa assolutamente definirsi “meccanica”, l’introduzione di una ricchezza timbrica fa fiorire meravigliosamente la partitura. Per fare un paragone azzardato è un po’ come se dal meraviglioso disegno costituito da Canto Ostinato, la versione per orchestra traesse una sublime opera tridimensionale. E indubbiamente è da sottolineare la perizia di Hall nell’aver saputo tradurre in una varietà timbrica il codice genetico originario di ten Holt. Faccio presente che non ho usato l’aggettivo sublime a caso: già subito ascoltando l’inizio orchestrale di Canto Ostinato la diversità timbrica (percussioni, fiati, archi, ecc.) ci avvolge in un orizzonte che facciamo molta più fatica rispetto all’originale pianistico a riconoscere e definire “minimalista”. Certo: resta la ripetizione, ma tale ripetizione avviene all’interno di diverse famiglie di suoni/strumenti che all’ascolto si fa piuttosto dialogo affascinante.

In realtà quella di Hall non è la prima versione di Canto Ostinato ad utilizzare strumenti diversi. Ad esempio su YouTube è possibile ascoltarne una versione eseguita da un ottetto di sassofoni. Particolarmente intrigante anche questa versione perché il “percussivismo” del pianoforte necessariamente si “traduce” nel suono molto più melodico dei fiati. Resta comunque la peculiarità della versione di Hall per la ricchezza complessiva dell’organico utilizzato.

Davvero Simeon ten Holt è un artista del Novecento che (colpevolmente) non conoscevo assolutamente e che invece ora, grazie a quest’opera, voglio iniziare a scoprire invitando tutte e tutti a seguirmi in quest’avventura di ascolto musicale.

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