Ci sono due film di animazione giapponesi che considero capolavori ma di cui non avevo mai letto il manga a cui sono ispirati.

Il primo è Akira di Katsushiro Otomo, film del 1988 tratto dall’opera a fumetti di Otomo all’epoca non ancora conclusa. In realtà ho iniziato subito a leggere il manga non appena apparso in Italia, ma un po’ a causa della travagliata storia editoriale e un po’ perché nel manga la trama si complica ad un livello socio-politico che nel film fa solo da sfondo, non ho mai completato la lettura, pur avendo visto e rivisto più volte il film ed avendo comprato un’edizione speciale con un libro con disegni di scena e storyboard oltre al CD con la colonna sonora.

Il secondo è The Ghost in the Shell di Mamoru Oshii, film del 1995 ispirato al manga omonimo di Masamune Shirow, pubblicato originariamente dal 1989 al 1991. Il manga di Shirow non l’avevo mai letto e, a differenza di quello di Otomo, neanche ci avevo provato. In compenso sono uno dei non molti ad avere apprezzato anche il rifacimento live action del 2017 diretto da Rupert Sanders con Scarlett Johansson nei panni della protagonista. The Ghost in the Shell è considerato un cardine del cyberpunk con la sua storia della cyborg Motoko Kusanagi che guida la squadra Sezione 9, agli ordini di Daisuke Aramaki per intervenire in tutti quei casi ambigui e sfumati in cui le sezioni tradizionali della polizia giapponese non possono muoversi. La storia è ambientata in un 2029 in cui a seguito di disordini e guerre l’equilibrio mondiale è instabile e le grandi corporazioni economiche influiscono pesantemente sulle scelte governative. Nella società rappresentata ci sono gli esseri umani, più o meno potenziati con protesi artificiali, i robot di sembianze umane (preferibilmente femminili e sexy) e i cyborg: esseri artificiali che però hanno al loro interno il “ghost”, cioè la “coscienza” l’“identità” di un essere umano. Il film si focalizza esattamente su questo aspetto mettendo di fronte il maggiore Kusanagi al Marionettista, una Intelligenza Artificiale che, raggiungendo l’autocoscienza, si è resa autonoma e compie azioni che possono sembrare atti di terrorismo per essere riconosciuta come essere vivente.

La messa in onda (si dice ancora così? mi sa che sia un’espressione molto da “boomer”…) da parte di Amazon Prime della nuova serie di anime legata al manga è stata l’occasione per leggere anche quest’ultimo, anche perché Star Comics ha da poco pubblicato la The Ghost in the Shell Omnibus Edition che contiene sia il manga originale sia due “spin off” sempre realizzati da Masamune Shirow: The Ghost in the Shell 1.5: Human-Error Processer (originariamente pubblicato nel 2003) e The Ghost in the Shell 2: Man-Machine Interface (pubblicato nel 2001). In realtà varie sono le serie animate uscite ispirate agli eventi e ai personaggi (e, più prosaicamente, al “brand”) di The Ghost in the Shell, ma ho provato a dare un’occhiata senza rimanerne più di tanto impressionato. Invece il lavoro di Science Saru (lo stesso studio di animazione che ha realizzato DanDaDan, altra opera che devo leggere) è estremamente fedele al manga originale, tanto che diversi appassionati hanno criticato la distanza dal film di Oshii come difetto. In realtà la distanza è quella che il film di Oshii crea col manga, anche perché tenendo conto del minutaggio a disposizione, prende un solo elemento del manga – il confronto con il Marionettista – e lo rende centrale alla trama. In realtà il fumetto (sia la serie originale sia i due spin off) sono un mix di azione alla 007 o Mission Impossible con gadget fantascientifici e una riflessione su cosa sia l’elemento caratterizzante un essere umano. Spesso Kusanagi con la sua squadra deve affrontare non tanto spie o criminali, ma settori deviati e/o corrotti della stessa classe politica giapponese e della sua polizia. Se nella serie originale questi elementi sono perfettamente bilanciati, negli spin off ognuno dei due elementi diventa preminente: in The Ghost in the Shell 1.5: Human-Error Processer quello action/spionistico e in The Ghost in the Shell 2: Man-Machine Interfacequello maggiormente filosofico. In quest’ultimo – in realtà realizzato prima dell’1.5 – la narrazione è penalizzata dal fatto che buona parte dei confronti avvengono del cyberspazio e la loro rappresentazione è statica: quello che è rappresentato è l’eroina che fluttua nell’etere digitale dando ordini ai suoi agenti software. La quantità di testo in questa parte fa sì che spesso i caratteri abbiano un corpo talmente minuscolo da obbligare all’uso di una lente d’ingrandimento. Interessante invece l’evoluzione grafica di Shirow, estremamente evidente nella rappresentazione di Aramaki che, negli spin-off ha una definizione assai più realistica.

In conclusione la lettura di The Ghost in the Shell è obbligata non solo per chi sia appassionato di manga o di fantascienza cyberpunk, ma per chiunque voglia riflettere sull’evolversi della tecnologia e del suo impatto sulla definizione stessa di essere umano. Il manga è sicuramente più divertente del film prendendosi meno sul serio e alleggerendo i momenti più drammatici (come quando mostra il robot infermiera che fa una iniezione dolorosa al paziente indossando mutandine di pizzo) ma non tralasciando la riflessione sull’umano, sull’artificiale e sul confine che li divide. E la visione della serie animata aggiunge alla lettura il dinamismo che non sempre le tavole disegnate riescono ad offrire al lettore (ma la scena dell’infermiera con le mutandine di pizzo l’ha realizzata meglio Shirow).

The Ghost in the Shell

The Ghost in the Shell 1.5: Human-Error Processer 

The Ghost in the Shell 2: Man-Machine Interface

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