Era fine marzo del 2020. In pieno lockdown. Poche cose mi impedivano di sprofondare nella depressione. Una di queste sicuramente le letture (un’altra, ovviamente, la musica). Tra queste letture una che ancora ricordo in modo estremamente vivido è quella del libro di Silvia Ferrara La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose (Feltrinelli, 2019). Il libro era stato menzionato durante una riunione un paio di mesi prima (appena prima dello scoppio della pandemia) presso la Biblioteca di Brugherio dove Silvia D’Ambrosio (bibliotecaria a Brugherio e referente per i progetti bibliotecari per realizzare libri in simboli per persone con bisogni comunicativi complessi mediante il modello Inbook), Antonio Bianchi (referente del Centro Studi Inbook e, all’epoca, del Centro Sovrazonale di Comunicazione Aumentativa di Milano e Verdello ed espressione del Policlinico di Milano) e il sottoscritto dovevano preparare un evento per la Bologna Childrens Book Fair che si sarebbe dovuta tenere da lì a qualche mese (poi invece ovviamente annullata). Costretto a casa, ne ho approfittato per leggere e una delle letture è stato proprio La grande invenzione, che ho “divorato” in meno di due giorni. All’epoca naturalmente avevo già il blog, ma l’argomento del libro – la nascita della scrittura esplorata attraverso nove scritture non ancora decifrate – era troppo lontano dalle mie competenze di allora per arrischiarmi a una “presentazione”. Tuttavia Antonio all’epoca me ne chiese comunque una per il forum traduttori inbook e quel che segue è quanto ho condiviso.

La grande invenzione è fondamentalmente la storia della scrittura, condotta in particolare analizzando le scritture di cui ancora non è possibile la decifrazione come la “lineare A” presente sull’isola di Creta precedente alla civiltà greca classica ed il “cipro-cretese” quasi contemporaneo, su cui l’autrice [professore ordinario di Civiltà egee all’Università di Bologna] sta lavorando assieme al gruppo INSCRIBE finanziato dall’European Research Council, e la sua analisi è condotta in prospettiva con il linguaggio.

Perché, spiega l’autrice, scrittura e linguaggio non sono la stessa cosa (ci sono scritture che servono a più linguaggi, come l’alfabetico e linguaggi che utilizzano diverse scritture come il greco antico che si serviva indifferentemente dell’alfabeto greco e della “lineare B”) ed occorre sfatare che l’origine della scrittura sia legata esclusivamente alla burocrazia ed alla necessità di registrare transazioni commerciali e di trasmettere leggi. Sono identificati tre aspetti, tre convergenze strutturali (anche se non sempre obbligatorie, come mostra ad esempio nella “scrittura” inca realizzata annodando stringhe multicolori) nella nascita e nell’evoluzione della scrittura:

  1. Iconicità: tutte le scritture partono da un set di segni figurativi che raffigurano “cose” del mondo naturale o culturale (anche la scrittura alfabetica: le linee delle lettere richiamano le forme e gli angoli degli oggetti comuni);
  2. Sillaba: “la sillaba è l’armatura naturale del suono. Tutte le prime scritture ruotano intorno alla struttura sillabica.” Anche scritture che sembrano legate alla rappresentazione di un oggetto come il geroglifico o il cinese sono in realtà legati piuttosto alle sillabe. [Questo ovviamente è un problema per la Comunicazione Aumentativa in italiano. In inglese la cosa funziona meglio in quanto è una lingua con molte più parole monosillabiche rispetto all’italiano: ad es. “this is a ball” è una frase costituita da 4 parole e da 4 sillabe mentre il corrispondente italiano “questa è una palla” consta sempre di 4 parole ma le sillabe sono 7.]
  3. Sintassi limitata: la scrittura non nasce completa ma si evolve ed arricchisce con l’uso.

La nascita e lo sviluppo della lingua sono legati al gioco, in particolare al gioco di parole, al “rebus” che utilizza lo stesso suono per significati diversi:

Attraverso il meccanismo del rebus una quantità potenzialmente molto grande di parole è legata ad un gruppo non eccessivo di simboli.

Per l’autrice: “Il successo di una scrittura non sta tanto nella sua semplicità, nella sua agilità grafica, nella sua economia strutturale, o nella facilità con cui si apprende. Il successo sta nella ripetizione, nella diffusione, nella coordinazione sociale di chi la usa.” L’enfasi è aggiunta perché ovviamente come CSI [Centro Studi Inbook] e come RBI [Rete Biblioteche Inbook] oggi sono questi due i punti nevralgici in cui siamo deboli e in cui occorre insistere maggiormente.

Di recente Antonio Bianchi mi ha prestato il secondo libro di Silvia Ferrara – Il salto. Segni, figure, parole: viaggio all’origine dell’immaginazione – pubblicato, sempre da Feltrinelli, nel 2021, che mi ero colpevolmente lasciato sfuggire. Il salto, per ammissione della stessa autrice, è una sorta di “prequel” a La grande invenzione: non parla – apparentemente – di scrittura, ma di immagini: le immagini che gli uomini “primitivi”, a partire dal paleolitico (e quindi si parla di decine di migliaia di anni fa) hanno lasciato in grotte, su pareti rocciose, ma anche su misteriose costruzioni come quelle nulle isole di Malta e Gozo.

Per essere super sintetico può essere sufficiente sottolineare come per Ferrara tali rappresentazioni grafiche sono già uno strumento legato alla formazione del linguaggio, sono già una forma primordiale di scrittura, e in particolare l’autrice lega tale interpretazione alla presenza non solo di disegni “realistici” raffiguranti animali o esseri umani, ma anche a disegni “astratti” che hanno evidentemente una funzione “simbolica” che è una funzione eminentemente legata al linguaggio.

Questa interpretazione mi fa riflettere su due cose.

Prima cosa: la “grammatica universale”. Il concetto di “grammatica universale” è introdotto da Noam Chomsky che sostiene che al fondo di tutte le lingue ci sia una sorta di grammatica “genetica”, acquisita ad un certo punto a livello evolutivo, che ci permette di apprendere la lingua indifferentemente da quale sia la lingua madre della società (linguistica) in cui ci troviamo casualmente a nascere. La stessa Ferrara riconosce che tale posizione chomskiana è estremamente problematica e criticata, ma d’altronde lungo tutto il libro ci mostra rappresentazioni formalmente omogenee che arrivano dai lati più disparati del mondo. Se quindi non è possibile parlare di una grammatica universale che funziona a livello genetico, non si può non sospettare che qualche elemento che abbia operato presso tutte le varie comunità disperse di Sapiens (e addirittura di Neanderthal) in modo relativamente analogo. Sostanzialmente, se non c’è una grammatica universale impiantata nei nostri geni, è possibile che ci sia una causa unica o perlomeno unitaria ad aver spinto la specie umana verso il linguaggio?

Seconda cosa: la necessità della scrittura. Il linguaggio si considera antecedente alla creazione della scrittura che si fa coincidere con i geroglifici egizi. Tuttavia, se ha ragione Ferrara e anche le prime rappresentazioni grafiche del paleolitico sono da considerarsi una forma – indubbiamente proto- – di scrittura, cioè di resa grafica di idee, uno strumento di narrazione, allora forse possiamo ipotizzare che non possa esserci linguaggio senza una qualche forma di scrittura che in qualche modo lo cristallizzi, ne permetta la conservazione e la condivisione.

Lascio alla riflessione e alla discussione queste due suggestioni, consigliando vivamente la lettura dei due libri di Silvia Ferrara che non solo sono una miniera preziosissima di informazioni sul linguaggio e sulla sua storia, ma sono anche scritti in modo avvincente e in modo che davvero chiunque possa appassionarsi avvicinandosi ad essi.

Silvia Ferrara

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Una risposta a “Scritture e salti: storia e storie del linguaggio”

  1. Avatar Libri letti nel 2025 – ossessioni e contaminazioni by francesco mazzetta

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