
Frammenti di specchi (Edikit), in attesa di un nuovo romanzo su cui si rumoreggia stia lavorando, è una raccolta di racconti di Andrea K. Lanza, collega ed amico, di cui ho già scritto a proposito del primo romanzo – Lia, l’altra faccia dei Malavoglia – e del racconto lungo Sodoma’s Ghost. La presentazione c’informa che
Frammenti di specchi è l’antologia che Andrea K. Lanza ha cominciato a scrivere ai tempi del liceo, ben 32 anni fa. Ogni racconto è un taglio, ogni racconto un nuovo intenso dolore dal sapore di fragrante assenzio; un sogno, le speranze perse dell’adolescenza, gli amori vissuti e dimenticati nel passaggio nell’età adulta sono parte di quello specchio rotto, spaccato, distrutto dalla vita.
In tutti i racconti siamo sommersi, per ambientazioni e riferimenti, negli anni Novanta e ci sono alcuni concetti chiave che ricorrono in essi. Più che dei racconti in sé è proprio di questi concetti che vorrei scrivere. E sono: sangue e morte, maschere, specchi (ovviamente) e danza.
Sangue e morte
Il sangue, in questi racconti, è un fiume, un lago, un mare la cui corrente sommerge e travolge ogni cosa. Ed è sangue non come linfa che vivifica, ma come svuotamento del corpo che prelude o segna la morte. E di morte e di morti sono pieni i racconti, sempre morti violente, siano esse conseguenza di assassinii o di suicidi. Anche se, come in un action di Hong Kong o in un fumetto di supereroi, non sempre il moribondo dato per defunto in effetti schiatta per davvero. In ogni caso non ci sono nei racconti “happy end”: ogni storia finisce da male a malissimo rendendo le prove narrative e il libro che le raccoglie un poetico ricettacolo di cupo pessimismo.
Maschere
Tutti e sempre indossiamo maschere: la maschera del padre o della madre di famiglia, dell’impiegato/a, dell’appassionata lettrice, del critico snob, del videogiocatore, del politico integerrimo, della paisionaria, e chi più ne ha più ne metta. È una strategia necessaria per sopravvivere a livello di aspettative sociali. Ma in determinati casi il gioco delle maschere che portiamo s’inceppa e non siamo più in grado di trovare l’io che intimamente sentiamo corrispondere alla nostra vera identità. In quel momento compare la schizofrenia: che non è un di più (un eccesso) ma piuttosto un di meno, un vuoto al cui interno la persona si è persa. Vari dei personaggi dei racconti vagano in questo vuoto, in questo deserto. E, incapaci di trovare sé stessi, diventano incapaci di individuare un percorso all’interno del labirinto affogato nella nebbia in cui si trovano a vivere.
Specchi
Per me lo specchio è sempre stato la porta su un altrove allo stesso tempo affascinante e pericoloso. Per me lo specchio è la soglia che John Carpenter mette nella scena cardine de Il Signore del Male tra la nostra realtà e l’altrove da cui un Dio malvagio vuole ri-sorgere. Se non in modo tanto religiosamente drammatico, anche Lanza mette almeno uno specchio siffatto in un suo racconto. Lo specchio diventa soglia per una realtà diversa che millanta essere migliore solo per tentare il protagonista e perderlo. Ma specchi sono anche gli occhi in cui si riflette l’amore o l’odio, il volto dell’assassino prima che infligga il colpo fatale (come nell’argentiano Quattro mosche di velluto grigio), specchio è anche il sangue che fattosi mare riflette il mondo senza più l’essere di cui costituiva la vita.
Danza
E infine la danza. Che non è il ballo: attività artistica e/o sociale per come la si intende comunemente, ma piuttosto l’ebbrezza dionisica che ammalia e sconvolge le sensazioni e le percezioni umane. Come già in Lia, in ciascuno dei racconti il punto di vista danza da un personaggio all’altro a quel personaggio onnisciente che è l’autore, che pure illude e inganna narrando visioni e poi visioni diverse. E non è solo il punto di vista, la prospettiva a danzare ma anche i mezzi e i fini che muovono i personaggi, portandoli appunto a roteare in una danza spesso mortale. Una danza dionisiaca che provoca nel lettore e nella lettrice un’ebbrezza e uno spaesamento: incapace spesso di seguire il flusso della danza dei personaggi avrà una sensazione di capogiro. Che sarà possibile sanare forse solo gettandosi a capofitto nella danza come lettori e lettrici che non si fermano più alla soglia della pagina, ma che vi si tuffano col rischio di essere loro stessi ad essere macellati assieme agli alter ego.
In conclusione questi racconti offrono un sunto, un bigino alle strade percorse da Andrea nell’opera maggiore e anche in Sodoma’s Ghost. Ma non perché rinuncino alla complessità: la complessità invece di rincorrersi ed intrecciarsi ad ulteriore complessità si risolve piuttosto nella forma breve in una dissolvenza che ci lancia – come lettori e lettrici – ad un oltre narrativo in cui siamo chiamati ad entrare nella sua testa e a cercare i bandoli delle matasse. La scrittura alterna senza soluzione di continuità poesia e truculenta ambiguità e in questa (apparente?) dicotomia il lettore e la lettrice sono torturati e aperti ancor più dei personaggi. Indubbiamente tutto ciò ci a rischio di precipitare nell’abisso e, peggio, che l’abisso riesca a precipitare in noi.

Link nel post:
- Pagina dedicata a Frammenti di specchi sul sito di Edikit: https://www.edikit.it/prodotto/frammenti-di-specchi/
- Mio post su Lia: https://ossessionicontaminazioni.com/2024/05/28/malavoglia-effetto-tarantino/
- Mio post su Sodoma’s Ghost: https://ossessionicontaminazioni.com/2025/04/11/hitler-a-marchirolo/

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