Anni fa ho collaborato a Giornale Pop, anzi penso di essere stato all’interno del gruppo di collaboratori che hanno contribuito al suo esordio. In realtà ho collaborato solo per pochi mesi per problemi familiari che in quel periodo si sono venuti a sovrapporre. Tuttavia restano negli archivi della testata gli articoli da me realizzati. Quasi tutti. Per qualche motivo infatti non è più disponibile 3 giochi per un anno infernale pubblicato il 5 novembre del 2016, come testimonia lo screenshot preso grazie a Wayback Machine di Archive.org. In questo articolo anticipavo tre videogiochi – genere horror con ascendenza lovecraftiana più o meno diretta – che teoricamente avrebbero dovuto essere in uscita l’anno seguente. In realtà poi Agony e Call of Cthulhu di Cyanide uscirono nel 2018 (qui la recensione di Agony e qui la recensione di Call of Cthulhu, entrambe uscite sul manifesto), mentre per Scorn si è dovuto attendere la fine del 2022 (e solo ora esce anche per Playstation 5).
Si tratta di tre giochi assai diversi, anche se in realtà Agony e Scorn si assomigliano almeno nelle ambizioni. L’unico di stretta osservanza lovecraftiana è, ovviamente, Call of Cthulhu, che ripropone le storie, le ambientazioni, gli orrori e le perversioni caratteristiche della narrativa del “solitario di Providence”. Sicuramente Call of Cthulhu, dei tre, è quello con una storia ed un gameplay più vari, complessi, appaganti ed appassionanti. Ha una storia in cui il giocatore si immerge. Agony e Scorn non hanno una vera e propria “narrazione” ma delle ambientazioni in cui il giocatore si deve muovere e perdere (piuttosto che orientare).
Agony e Scorn possono dirsi “lovecraftiani” solo in senso lato: in una possibile accezione dove ci immaginiamo vedere Lovecraft a spasso a braccetto con Milton da una parte e De Sade dall’altra. Agony sbatte letteralmente il giocatore all’inferno ma gli da la possibilità di cavalcare, come un “loa” voodoo al contrario, i demoni che lo dominano. La prospettiva claustrofobicamente ctonia di Agony è dominata da un panorama viscerale e nauseabondo. La personificazione perfetta di un videogioco splatterpunk, se non fosse che – forse la fretta nella pubblicazione – ne hanno fatto un prodotto legnoso fino all’ingiocabilità, a tal punto che ne hanno parlato male praticamente tutti: su Metacritic ha una media di 47 che scende a 37 su PS4 e a 34 su Xbox One. Nonostante ciò non solo Agony è ancora disponibile (ad esempio su Steam) ma ha anche un DLC (Succubus) vietato ai minori e lo sviluppatore polacco, Madmind Studio, ha altri due titoli in uscita: Paranoid e Tormentor.
Scorn, sviluppato dai serbi di Ebb Software, ha beneficiato di un periodo di sviluppo più lungo, terminato appunto giusto un anno fa per Windows e Xbox e addirittura solo all’inizio del presente ottobre per la versione per PS5. Rispetto ad Agony il gameplay è più limitato: si tratta sostanzialmente di un immenso puzzle game in cui occorre risolvere enigmi ambientali per permettere al personaggio che interpretiamo di proseguire nel percorso di esplorazione. C’è anche la possibilità/necessità di attaccare dei nemici (la prospettiva del gioco, come per Agony e Call of Cthulhu, è quella in soggettiva/prima persona), ma sostanzialmente si tratta di nemici per lo più singoli che ci attaccano frontalmente. L’unica variazione è con i boss finali che vanno sconfitti con tattiche precise. La vera forza di Scorn è l’ambientazione, curata in maniera maniacale: un mondo apparentemente alieno e deserto, che invece brulica di forme di vita nauseanti e parassitarie che ci attaccano solo perché disturbiamo il loro immondo avvinghiarsi in catene apparentemente infinite. Citavo sopra De Sade e anche Scorn (come Agony) offre una dose significativa di perversioni, soprattutto nell’atto finale dove ad esempio dovremo “spremere” creature subumane per raccoglierne il sangue utile a far funzionare determinati automi o trasportare noi stessi infliggendoci ferite. Scorn è un gioco quindi decisamente particolare che se non va oltre la sufficienza relativamente al gameplay, sicuramente si merita un 10 e lode per l’ambientazione che riesce ad affascinarci e sconvolgerci contemporaneamente. Anche la storia, teoricamente assente, si sviluppa negli incontri con i problemi e con gli esseri che incrociamo e la sua enigmaticità è uno stimolo a proseguire e a risolvere enigmi alle volte anche abbastanza assurdi e fini a se stessi.
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