All’epoca degli studi universitari un mio caro amico, Antonio Arcuri, mi aveva affibbiato il nomignolo “Mac” riprendendo quello del personaggio McMurphy, interpretato da Jack Nicholson, in Qualcuno volo sul nido del cuculo. Il motivo: il mio essere sempre sopra le righe, ingenuo e pronto a una bella partita a carte. Il nomignolo mi è stato sempre caro pur non riconoscendomi nel McMurphy di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma piuttosto nel MacReady, interpretato da Kurt Russell, de La cosa carpenteriana. Non a caso dato che si tratta di un film che amo particolarmente assieme agli altri due che Carpenter stesso ha raggruppato nella Trilogia dell’Apocalisse. Carpenter, in un’intervista al Wall Street Journal, ha affermato: “all three of those movies are, in one way or another, about the end of things, about the end of everything, the world we know, but in different ways. Each of those things is kind of an apocalyptic kind of movie, but a very different take on it” [tutti e tre i film riguardano, in un modo o nell’altro, la fine delle cose, la fine di tutto, del mondo come lo conosciamo, ma in modi diversi. Ognuno di essi può essere considerato un film apocalittico, ma ognuno in modo diverso – traduzione mia].

In un articolo Mark Harris analizza la trilogia specificando tali diversità:

  1. la distruzione dell’individualità (La cosa, 1982)
  2. la distruzione della divinità (Il signore del male, 1987)
  3. la distruzione della realtà (Il seme della follia, 1995).

Harris conclude sottolineando che l’elemento che accomuna tutti è tre è la distruzione del libero arbitrio inteso come elemento essenziale dell’essere umano.

Recentemente sono riuscito a recuperare una copia in home-video de Il seme della follia (in un’edizione in blu-ray tedesca con la presenza del parlato in italiano, non essendo il film ormai da molti anni più disponibile nel nostro mercato) ed ho rivisto tutti e tre i film della trilogia. In particolare ero curioso di testare quanto di lovecraftiano vi fosse in un momento in cui anch’io – tra giochi, videogiochi, fumetti e riedizioni lussuose – sono presissimo dalla Lovecraft-reinassance. Se elementi lovecraftiani possono essere visti in tutti e tre i film, indubbiamente quello in cui sono maggiormente centrali ed espliciti è Il seme della follia, in cui sono mescolati ai più contemporanei elementi kinghiani. Hobb’s End, la città centrale nel plot del film, è chiaramente un richiamo a Castle Rock, la città del Maine ambientazione di buona parte dei romanzi di Stephen King. Ma ci si può benissimo vedere una qualsiasi delle ambigue città lovecraftiane come Dunwich o Innsmouth. E dall’altra parte non si può non riconoscere l’influenza avuta sulla creazione di Silent Hill. I mostri che risalgono dal pozzo senza fondo e rincorrono il protagonista – John Trent, interpretato da Sam Neill – nel tunnel che apparentemente dovrebbe farlo fuggire da Hobb’s End sono indubbiamente ispirati all’iconografia lovecraftiana. Rivisti oggi, occorre amare alla follia Carpenter per riuscire a far finta che riescano a spaventarci. A differenza dell’alieno di La cosa che ancor oggi è realistico e terrorizzante. In quest’ultimo, nella sua polimorficità – così come nel liquido misterioso in Il signore del male – sono evidenti richiami ai mostri innominabili di tradizione lovecraftiana. Eppure riguardando i tre film sono pronto a sostenere che un altro scrittore più di Lovecraft possa aiutarci ad illuminare le visioni di questa trilogia: Philip K. Dick.

In realtà non so se e quanto di Dick conosca Carpenter, ma un tema centrale della narrativa (e della riflessione) dickiana è centrale in tutta la trilogia: cosa è la realtà? Se quella che consideriamo la realtà è falsa, la sua negazione, la sua alternativa è vera. Spiegandola logicamente: se affermiamo che A è falso, stiamo contemporaneamente affermando che non-A è vero? E viceversa? Per Dick quella in cui viviamo è una realtà illusoria, un’immensa “matrix” virtuale in cui siamo imprigionati per venire sfruttati dall’Impero e impedire che ci liberiamo. Questa ossessione è centrale in tutti e tre i film della Trilogia dell’Apocalisse, esattamente con le coordinate individuate da Harris.

In La cosa la realtà messa in dubbio è quella dell’individualità, del sapere chi sono gli altri e ancor più importante chi sono io. L’alieno è in grado di simulare perfettamente, a livello cellulare, gli organismi che assimila: per questo non è possibile sapere se chi ci sta di fronte è umano o no e il film si conclude con Mac e Childs uno di fronte all’altro, ognuno che dubita che l’alieno sia l’altro ed entrambi ne hanno fondati motivi. La mostruosità dell’alieno è esattamente il suo non avere una forma propria, un’identità, un po’ come gli ultracorpi, ma ancor peggio perché non esprime una conformità, a suo modo caratterizzante seppur in negativo.

In Il signore del male invece la situazione è più complessa. La sceneggiatura – scritta direttamente da Carpenter – ci parla di un rispecchiarsi della fisica quantistica nella fede. Della perdita dei riferimenti del senso comune quando si scende a livello delle particelle subatomiche. Quando scopriamo che tempo e materia sono concetti illusori e che la fede serve a difenderci dalla consapevolezza che un’entità negativa ha sempre dominato l’universo ed ora sta tramando per “incarnarsi” sul piano dell’esistenza. Ci avverte una trasmissione onirica dal futuro, ma il futuro che i protagonisti alla fine credono di aver prevenuto, hanno invece contribuito a realizzare.

Infine ne Il seme della follia la realtà presunta comune viene sostituita da quella narrata da uno scrittore horror che in realtà descrive non una realtà immaginaria quanto una realtà alternativa che attraverso le sue opere si insinua nella nostra.

Personalmente penso che Il seme della follia sia il più debole dei tre: i continui stravolgimenti del reale terremotano il plot creando zone morte e lasciando inesplorati personaggi come il Dottor Wrenn. Per quanto La cosa sia quello realizzato meglio (si vedono tutti i soldi in più messi nella produzione rispetto agli altri), io comunque continuo a preferire Prince of Darkness. Pur in maniera in alcuni casi un po’ ingenua e velleitaria è quello che più di tutti interpella lo spettatore sulla questione della realtà, della fede, di quello che ognuno di noi sa del mondo o crede sull’oltremondo. È quello maggiormente focalizzato sulla domanda su cosa ci aspetta e su cosa ci aspettiamo in quanto esseri umani dal nostro futuro. Non una caso che la trasmissione dal futuro arrivasse dal 1999, dall’anticamera dell’apocalisse millenaria. Che fine ha fatto quell’apocalisse? Chi era presente a vedere il film di Carpenter nelle sale come il sottoscritto può dire che sia per davvero cambiato qualcosa? O al contrario che continua l’incubo di un’umanità diretta ostinatamente verso l’autodistruzione che continua a camminare sulla terra come se niente fosse. La profezia autoavverante dal futuro è che il dominio dell’impero millenario dickiano continua a tenere saldamente in pugno ognuno di noi. Noi, nonostante le apparenze, siamo morti. Immersi in un sogno irreale di vita al di qua dello specchio convinti che la nostra realtà sia reale mentre siamo noi l’illusione della realtà che vive oltre lo specchio, oltre la porta, oltre la nostra stessa pelle, carne, ossa.



Una risposta a “La domanda carpenteriana sulla realtà”

  1. Avatar Nebbie a confronto – ossessioni e contaminazioni by francesco mazzetta

    […] The Fog carpenteriano non ha la ricchezza narrativa di altri suoi film (penso in particolare alla trilogia lovecraftiana di cui ho scritto qui) ma neppure la focalizzazione ossessiva su pochi elementi ma piantati come chiodi nella mente dello […]

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