
Appena pubblicato da Editrice Bibliografica il volume: Le biblioteche nella fantascienza. Utopie, distopie, intelligenze artificiali a cura di Rossana Moriello, Gino Roncaglia e Federico Meschini. Si tratta di una raccolta di saggi che esplorano l’argomento individuato dal titolo e precisamente:
- Libri, biblioteche e immaginario tecnologico: dagli automi all’intelligenza artificiale di Rossana Moriello dove si definisce la fantascienza come genere letterario e se ne delinea la storia soprattutto nel suo trattamento dell’immaginazione relativa alla evoluzione dell’informazione, della sua raccolta (le biblioteche) e disseminazione.
- Oltre il baratro. Quattro storie di biblioteche distopiche di Claudio Forziati dove vengono esaminate quattro opere in cui – all’interno di un’ambientazione distopica – è delineato il ruolo non secondario previsto per le biblioteche. Le quattro opere sono: il racconto The Cerebral Library di David H. Keller, il romanzo Le venti giornate di Torino. Inchiesta di fine secolo di Giorgio De Maria, il racconto Il suo appuntamento è fissato per ieri di Philip K. Dick (racconto che sarà lo spunto per la stesura del romanzo In senso inverso, oggetto del successivo saggio di Lucia Sardo) e il romanzo La terza forza di Marc Laidlow.
- Biblioteche, reliquie e altre memorie di culture perdute. La conservazione del passato nella letteratura post-apocalittica di Paolo Bertetti che esamina come viene immaginata la conservazione e la trasmissione della cultura, e quindi il ruolo delle biblioteche, negli scenari apocalittici immaginati nei romanzi La terra sull’abisso di George Stewart e Un cantico per Leibowitz di Walter M. Miller.
- Counter-Clock World e la biblioteca che non vorremmo dove Lucia Sardo esplora l’immagine paradossale della biblioteca presentata da Philip K. Dick nel suo romanzo In senso inverso dove, all’interno di un mondo in cui il tempo scorre al contrario, le opere vengono cancellate invece di essere raccolte, custodite e tramandate.
- La fin des livres: il futuro del libro in un racconto del passato di Davide Monopoli e Silvia Casolari che mostrano come viene immaginata l’evoluzione del libro e della biblioteca da Octave Uzanne nel racconto di fine ‘800 Le fin des livres.
- Due esempi di intelligenze artificiali bibliotecarie di Gino Roncaglia, saggio “parallelo” alla sezione fantascientifica del suo saggio L’architetto e l’oracolo. Forme digitali del sapere da Wikipedia a ChatGPT (ne ho scritto qui) dove prende in considerazione due bibliotecarie virtuali: quello presente in Snow Crash di Neal Stephenson (a proposito: ne potete leggere qui una mia presentazione) e quella immaginata in The Virtual Librarian. A Tale of Alternative Realities di Ted e Bob Rockwell.
- Darmok e Jalad a Tanagra. Oralità e scrittura nella biblioteca di Star Trek di Enrica Salvatori che esamina la rappresentazione di biblioteche e soprattutto di libri nella serie Star Trek e in particolare nella puntata di Next Generation che da il titolo al saggio.
- Nathan Never, un fumetto di fantascienza tra fenomeno pop e difesa della cultura dove Matteo Galiè, all’interno di una presentazione del fumetto, sottolinea l’attenzione al libro sia come oggetto culturale sia come segno distintivo di prestigio.
- Libri tra le vignette: la rappresentazione della biblioteca nel fumetto non mimetico dove Federico Meschini indaga la presenza e la funzione delle biblioteche all’interno del fumetto supereroistico statunitense oltre che nel caso paradigmatico del racconto di fantascienza a fumetti Fone di Milo Manara.
- I fondi di fantascienza in Italia tra istituzioni pubbliche, private e collezionisti con l’elenco, a cura di Federico Oneta, di biblioteche pubbliche e private con fondi di fantascienza derivanti per lo più da donazioni e lasciti.
Se dal titolo appare un libro omogeneo e con un soggetto assai ben definito, si scopre in realtà leggendolo che Le biblioteche nella fantascienza si apre a suggestioni, riflessioni, percorsi laterali anche molto ampi. Il saggio su Nathan Never, in particolare, è – appunto – un saggio su Nathan Never, e le indicazioni su libri e biblioteche sono relativamente poco rilevanti. A questo punto, nell’inevitabile gioco che ogni lettrice può fare su quale tema avrebbe affrontato invece, perché non includere Ai confini della realtà e in particolare l’episodio Tempo di leggere? Perché non includere il medium cinematografico, magari con la biblioteca trasformata in rifugio per Mente in 1997: Fuga da New York? Perché ignorare del tutto il medium videoludico senza citare neppure Myst, dove i libri sono portali per raggiungere altre dimensioni? Tanti possibili sentieri alternativi, ognuno dei quali però agganciabile meglio al tema del libro rispetto a quello di Nathan Never. Ma in realtà questo è l’unico testo “fuori fuoco” e tutti gli altri sono invece centrati estremamente bene sul tema. A parte il saggio di Roncaglia, praticamente già letto nel suo ultimo libro, personalmente mi hanno molto interessato i testi di Forziati (che mi fa l’onore di citare il mio ormai vecchio intervento su Bibliotime relativo alla biblioteca in La terza forza), di Bertetti e di Meschini. Ma quello che in particolare mi ha portato a riflettere è stato quello di Monopoli e Casolari sull’immaginazione del futuro del libro. Nel racconto esaminato si prevede che il libro cartaceo nel futuro scompaia soppiantato dalla versione registrata su cilindro sonoro (la novità nel periodo – la fine dell’ ‘800 – in cui il racconto è stato scritto). La versione sonora del libro, secondo il protagonista del racconto Le fin des livres, è maggiormente accessibile in quanto elimina la “fatica” di reggere il libro e sfogliare le pagine, permette una fruizione del libro in qualsiasi punto e momento, anche in mobilità (e viene riportata l’illustrazione dal racconto di un gentiluomo che passeggia in campagna ascoltando un libro). Dunque il libro sonoro è un supporto decisamente più “accessibile”. Ed è proprio qui la chiave che ha innescato il mio interesse. Se l’audiolibro è già di per sé una forma di comunicazione accessibile del libro tradizionale, perché affannarsi a creare linguaggi simbolici e risorse per la lettura accessibile in Comunicazione Aumentativa Alternativa? Non basterebbe promuovere l’utilizzo degli audiolibri, tra l’altro già di per sé sempre più diffusi (anche se, per fortuna, non nella forma di voluminosi cilindri, ma comodamente a portata di uno strumento ormai ubiquo e universale come lo smartphone)?
Non pretendo qui di dare una risposta, anche solo parziale e temporanea, a questa domanda. Mi limito a sottolineare come in effetti sia una controtendenza interessante: una facilitazione a portata di mano a fronte di un lavoro complesso come la creazione di libri in simboli. Se una bambina, una ragazza, una persona hanno difficoltà di lettura e/o scrittura (quelli che vengono denominati “bisogni comunicativi complessi”), perché darsi pena quando ci sono a disposizione gli audiolibri? Ma, si dirà, e i libri per le bambine più piccole? Quelli con figure che meravigliosamente accompagnano la storia? La stessa obiezione viene posta al protagonista di Le fin des livres che, senza scomporsi, segnala la possibilità di affiancare all’ascolto dei cilindri sonori la visione delle immagini generate da un’altra novità della sua epoca: il kinetoscopio. In sostanza quello che per noi oggi sono il cinema e la televisione. Dunque perché affannarsi – per esempio – a far si che la nostra bambina riesca a leggersi Ortone e i piccoli Chi! quando possiamo farle vedere Ortone e il mondo dei Chi? E non solo a lei ma, assieme a lei, a tante altre sue compagne, in maniera molto più semplice e pratica che non a leggere a tutte il libro.

Questo dubbio si scontra con quanto ascoltato durante la sessione Scenari e tendenze del Convegno delle Stelline di quest’anno dove tra le relatrici c’erano Maryanne Wolf e Emanuele Castano. Della prima e delle sue ricerche sulla “lettura profonda” ho già scritto e rimando al mio post, mi permetto solo di sottolineare come l’“ergodicità” mentale richiesta dalla lettura profonda, lo “sforzo” che Uzanne predice che gli audiolibri elimineranno, è proprio l’elemento che separa la lettura banale e ininfluente (sulla configurazione mentale del lettore) da quella significativa, dalla lettura che – per dirla con le parole della Wolf – ci fornisce il veicolo per viaggiare al di fuori del cerchio della nostra vita. Emanuele Castano ha presentato invece al pubblico il risultato delle sue ricerche presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università degli Studi di Trento e l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR e cioè, sintetizzandolo con la sua presentazione: “Siamo ciò che leggiamo”. Le ricerche condotte (a partire dal suo sito è possibile trovare degli articoli che le illustrano in maniera maggiormente circostanziata) dimostrano che ci sono due tipi di narrative: quella “popolare” e quella “letteraria”. Le lettrici di narrativa popolare tendono ad applicare schemi preesistenti e conoscenze stereotipate e tendenzialmente confermano le categorizzazioni preesistenti su sesso, età, etnia. Le lettrici di narrativa letteraria, al contrario, tendono ad essere altamente indeterminate, resistenti alle categorizzazioni, complesse, imprevedibili, opache. Castano ha sottolineato che questi giudizi non sono automaticamente di tipo valoriale: è utile un approccio stereotipato e categorizzato quando è necessario rafforzare i vincoli sociali, mentre è preferibile un approccio resistente alle categorizzazioni quando si punta alla formazione personale.
Un altro elemento di riflessione è dato dalla testimonianza di diverse booktuber che seguo (per documentarmi – da bibliotecario – su libri che difficilmente leggerei e comunque sulle tendenze di lettura di generazioni diverse dalla mia) che segnalano di preferire la modalità audiolibro quando devono leggere qualcosa velocemente, ma che – quando si accorgono trattarsi di qualcosa d’interessante e di valore – lo leggono o lo rileggono sulla versione cartacea. Perché? Qual è la differenza di percezione del testo letterario tra la versione audiolibro e quella libro? In realtà sono già stati fatti studi comparativi tra la lettura “analogica” e quella digitale (tempo fa avevo presentato sul manifesto il libro di Naomi S. Baron Words Onscreen esattamente su questo argomento) ma mi è ignoto se analoghi studi siano stati compiuti anche sulla lettura tramite dispositivi audio. Forse in area anglosassone, perché qui in Italia non è ancora che la moda si sia diffusa in modo talmente capillare da sollecitare l’attenzione dei ricercatori.
Tendenzialmente, e a rischio di essere smentito e di cambiare idea, sono propenso a credere che la formazione personale abbia bisogno di una lettura “ergodica”, mentalmente ergodica, dove è necessario allenare la mente a decodificare un codice e a introiettarlo in una forma intelligibile e utilizzabile come esperienza virtuale. Per questo penso che l’oralizzazione del linguaggio sia fondamentalmente un passo evolutivo all’indietro, regressivo. Per questo continuerò a sostenere le risorse create per avvicinare bambine, ragazze e persone alla lettura e scrittura di un testo scritto, anche attraverso la mediazione dei simboli. Attraverso la mediazione dei simboli ma con un modello che sia il più rispettoso possibile, il più trasparente possibile rispetto alla grammatica e alla sintassi della lingua italiana. Altrove ho discusso di modelli di traduzione per i testi in simboli miranti a ridurre la complessità, ma il ragionamento fin qui fatto, anche col supporto degli studiosi riportati, mi allontana da quelle impostazioni e mi conferma nel lavoro fin qui compiuto all’interno del Centro Studi Inbook.
Per concludere torno “a bomba” al libro presentato: Le biblioteche nella fantascienza. Le biblioteche sono già oggi una istituzione fantascientifica: de-finanziate, riempite di “volontari” e messe in secondo piano dalla visibilità degli eventi rispetto al certosino lavoro di selezione, messa a disposizione, promozione, conservazione e aggiornamento. E, nonostante tutto ciò, sfruttano fin troppo spesso tutti gli interstizi amministrativi, tutte le blande opportunità per continuare a “resistere”, per continuare a proporre un servizio che non sia quello puramente commerciale di “information provider” preconizzato in Snow Crash. Una cosa curiosa è che in diverse delle biblioteche immaginate o preconizzate nelle storie analizzate in Le biblioteche nella fantascienza non ci sono bibliotecarie umane o se ci sono difficilmente possiamo riconoscere quello che fanno col nostro metro professionale (ad esempio ricordo che nella biblioteca immaginata da Dick si occupano di cancellare i libri). Forse, per sopravvivere come categoria, dobbiamo incominciare a immaginarci nei “brave new world” del possibile.
Post sui modelli per il linguaggio simbolico:

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