…i suoi ricordi erano per lo più meme. Immagini, testi scritti in Impact, artefatti di compressione, screenshot di screenshot di screenshot, scimmiette buffe, mutazioni virali, loop infiniti, parole che non compaiono nella Bibbia, ahah, sincerità seppellita sotto strati e strati di ironia, disegni di rane. Ecco cosa le balenerà davanti agli occhi quando morirà. (p. 18)
Per me che sono anagraficamente un “boomer” questo linguaggio è quasi alieno. E l’autrice, la losangelina Honor Levy, utilizza esattamente e orgogliosamente per questo motivo la prospettiva da “zoomer” nei racconti/riflessioni che compongono Il mio primo libro, pubblicato da Mercurio Books. In realtà io nasco proprio alla fine della generazione dei “baby boomer” e solo un anno (neanche: un mese) prima dell’inizio della Generazione X mentre la Levy nasce all’inizio della Generazione Z, l’anno successivo a quella Y o “Millennials”. Entrambi siamo quindi “liminali”, ma questo non necessariamente mi avvicina al suo punto di vista. Punto di vista che volutamente è quello della generazione post-Internet: né idealista, né edonista, né nativa digitale (in senso prenskiano). E così descrive se stessa e la sua generazione:
Noi Gen Z siamo collettivisti, nichilisti e interessati all’aspetto giocoso dell’identità. Sappiamo che niente è stabile, men che meno l’io. Un attimo prima puoi essere talentuoso, brillante, guadagnare le luci della ribalta, ottenere una borsa di studio prestigiosa, e un attimo dopo puoi essere normale e triste e angosciato e vecchio, e parlarmi come se ne andasse della tua vita. (p. 150)
Una generazione pervasa da una sorta di “leggerezza” nietzscheana: autistica e in grado di ridere di tutto, incapace di preoccuparsi anche se travolta dall’ondata fasciotrumpista della storia o della depressione che dilaga. Uno dei racconti che più mi hanno impressionato e sconvolto è quello della undicenne che bypassa il controllo genitoriale sul pc e s’inoltra allegramente nelle chat con sconosciuti, inconsapevole (o forse, e per me è peggio, fin troppo consapevole) dell’interesse dei suoi interlocutori. Ma non si tratta di un racconto thriller o perverso: è “semplicemente” la narrazione di una crescita individuale, ed è proprio per questo che il racconto è – per me – talmente sconvolgente. Quella descritta è una generazione senza una direzione, apparentemente incapace di enuclearsi in una voce sociale, e – da boomer – la cosa mi rattrista tanto più perché sarebbe giusto che si appropriasse delle sorti di un mondo ridotto al collasso da quelle precedenti. E non è che non ci sia la consapevolezza dell’abisso in cui stiamo precipitando, ma al posto dell’organizzazione c’è una sorta di danza sull’abisso che rappresenta perfettamente il concetto di postmoderno elaborato quasi quarant’anni fa.
Un libro sicuramente utile per chi, come me, ha figli della stessa generazione della Levy e fatica a rapportarsi con loro. Intendiamoci: Il mio primo libro non è un testo di pedagogia o psicologia, ma aiuta a capire atteggiamenti che a noi più vecchi paiono del tutto misteriosi e, appunto, alieni.
Francesco Mazzetta Bibliotecario. Video/giocatore. Appassionato di musica e cinema. Tormentato dalla filosofia e dalle religioni orientali. Già collaboratore di Alias/il manifesto, già estensore del secondo blog: https://ossessionicontaminazioni.blogspot.com
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