Era il 2007 quando, come molti altri, mi sono innamorato di Walls di Sascha Ring, alias Apparat. Ne avevo anche scritto sul blog, affermando:
E Walls, l’ultimo album da poco uscito di Apparat di certo non ha l’appeal da dancefloor. Nonostante venga etichettato come “elettronica” dai vari Itunes, potrebbe invece a pieno titolo essere piuttosto considerato una musica “minimalista”. Insomma musica colta, a metà tra Steve Reich e Wim Mertens.
Walls era (è) un album “caldo”, nonostante l’uso dell’elettronica, un labirinto musicale che catturava (cattura) l’ascoltatore in un labirinto tra sogno e incubo dove l’emozione è sempre sul baratro dell’ansia. Chi vuole rendersene conto può vedere ed ascoltare lo splendido video fanmade realizzato unendo riprese dal film Octane con la musica di You Don’t Know Me da Walls appunto:
Si tratta di uno stupendo mix di emozioni e insuperabile distanza esaltata dai colori freddi della fotografia.
Dopo Walls però Sascha Ring non è più riuscito a farmi rivivere le stesse sensazioni, soprattutto nella versione Moderat la cui musica ho sempre trovata troppo fredda per l’ascolto e troppo astratta per il dancefloor.

Ma ecco che arriva ora A Hum Of Maybe.
Quando parte Glimmerine, il nuovo disco di Apparat non sembra tanto un ritorno, quanto un risveglio. È un album che parla d’amore, ma non dell’amore da copertina: qui c’è l’idea che amare significhi, giorno dopo giorno, proteggere qualcosa di fragile, ricalibrare continuamente un equilibrio che non è mai definitivo. Nel testo di presentazione su Bandcamp si legge che il disco nasce proprio da questo movimento: trattenere, aggiustare, accettare che ogni relazione viva in uno stato di flusso, di lieve instabilità. Le dodici tracce sembrano piccoli esperimenti emotivi, tentativi di dare forma sonora a questi micro-spostamenti interiori, tra archi, sintetizzatori, rumori, dissonanze e silenzi che pesano quanto le note. Apparat lo dice chiaramente: al centro di A Hum Of Maybe c’è l’amore, nelle sue forme più quotidiane – per sé stesso, per la moglie, per la figlia. Più che cercare dichiarazioni granitiche, i brani esplorano la continua “ricalibratura” delle relazioni, quella vibrazione instabile che il titolo sintetizza in un “hum”, un brusio di forse. È un album che parla di protezione, di quanto sia difficile preservare ciò che conta mentre tutto è in costante mutamento.
In realtà tra Walls e A Hum Of Maybe, il salto è evidente: là c’era un Apparat che costruiva uno spazio labirintico, quasi circolare, pieno di elementi che “si urtano e vagano liberi”: chitarre, synth ruvidi, percussioni digitali, batterie dal vivo, un’elettronica che guardava alla pista ma teneva un piede nel mondo del pop e del dream pop. Brani come Not A Number, Holdon o Arcadia erano piccole dichiarazioni di poetica: melodie che si facevano ricordare, voci (quelle di Raz Ohara) che davano un volto umano al glitch, una produzione che cercava costantemente quell’equilibrio tra impatto emotivo e design sonoro minuzioso. In A Hum Of Maybe alcuni di quegli ingredienti tornano, ma come se fossero passati attraverso anni di Moderat, di colonne sonore, di lavori quasi cameristici. Sascha Ring lavora con i collaboratori storici – Philipp Johann Thimm, Christoph “Mäckie” Hamann, Jörg Wähner, Christian Kohlhaas – e mette sullo stesso piano il produttore elettronico e il compositore “classico”, lasciando che archi e fiati respirino accanto a sintetizzatori che non cercano più lo shock immediato. L’elettronica non è più la pelle lucida che riveste tutto, ma il mezzo con cui rallentare il tempo, sporcarlo, far emergere texture che sembrano quasi tattili; i climax ci sono ancora, ma sono più interni, più psicologici che fisici. Lo stesso rumore, evocato in forma apparentemente casuale, è piegato a costruire un panorama emotivo in cui cullare l’ascoltatore piuttosto che spaventarlo o imprigionarlo.
Là dove Walls apriva porte verso un’elettronica sognante e accessibile – tanto da essere paragonato da certa critica ai lavori di M83 e Slowdive – A Hum Of Maybe sembra un disco scritto per chi accetta di restare in ascolto senza chiedere subito un ritornello da canticchiare. Eppure, anche qui, Apparat non rinuncia del tutto all’idea di canzone: A Slow Collision e Lunes prendono forma come brani che potresti ritrovarti a ricordare a memoria, solo che ci arrivano per vie oblique, dopo curve armoniche imprevedibili e piccoli inciampi ritmici. Le collaborazioni con KÁRYYN in Tilth e con Bi Disc in Pieces, Falling allargano ulteriormente il campo, come finestre aperte su altri universi sonori che entrano a far parte di questo paesaggio in sospensione.
Se Walls è stato il disco giusto per innamorarsi di Apparat, A Hum Of Maybe è il disco in cui tornare quando ci si chiede cosa resti, dopo l’innamoramento. È complesso, personale, a tratti spigoloso, ma profondamente umano: accoglie l’idea che la vita vera succeda nei forse, nei cambi di rotta impercettibili, nelle crepe che si aprono tra una certezza e l’altra. E così, mentre An Echo Skips A Name e la sua alternate take chiudono il cerchio, ci si accorge che quel brusio di maybe in realtà ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere.

Link nel post:
- Mio post su Walls: https://ossessionicontaminazioni.com/2007/08/21/post-55/

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