La recente pubblicazione dell’omaggio di Go Nagai ad uno delle più particolari opere del “dio dei manga” Osamu Tezuka: Barbara, mi ha spinto a leggerle entrambe e a presentarvele qui. Sia l’opera originale di Tezuka, sia quella di Nagai sono state pubblicate in Italia da J-Pop (marchio editoriale di Edizioni BD): quella di Tezuka – che originariamente è del 1973 – nel 2018 e quella di Nagai – originariamente del 2021 – nel 2026.

Partiamo da Tezuka. Quando dobbiamo citare le sue opere più conosciute, menzioniamo Kimba, Astro Boy, La principessa Zaffiro, Black Jack o anche storie più “adulte” come Budda e La storia dei tre Adolf. Ma nel 1973 appunto, lo stesso anno in cui inizia la pubblicazione di Black Jack, Tezuka propone al proprio pubblico una storia più matura, che tenta di andarsi a posizionare nella corrente “gekiga”, cioè un fumetto dal taglio realistico, cupo e adulto, nato alla fine degli anni Cinquanta in opposizione proprio al manga più infantile e umoristico alla Tezuka.

Pur rispondendo alle necessità legate alla serializzazione su rivista, Barbara, dopo i primi capitoli relativamente ricorsivi, diventa un vero e proprio romanzo a fumetti. Apparentemente la protagonista non è Barbara ma piuttosto lo scrittore Yosuke Mikura, chiamato “maestro” per il suo successo dato che i suoi libri non solo sono venduti in Giappone ma pure tradotti all’estero. Mikura incappa in Barbara nella stazione di Shinjuku: lei è seduta ranicchiata contro un pilone, triste e sporca. Pensando sia malata, Mikura la soccorre e la porta da un dottore solo per sentirsi dire che si tratta di un’alcolizzata. Preso a compassione, Mikura la porta a casa propria e lei ne approfitta per tracannarsi i liquori e rubargli i soldi. Il rapporto tra Mikura e Barbara diventa allora un altalenante lasciarsi e ritrovarsi, mentre il primo diventa sempre più dipendente dalla seconda che lo protegge dalle allucinazioni e dalle perversioni sessuali che lo affliggono. Non solo: Barbara ispira nuove opere che lo rendono ancor più celebre e ricco, venendo adattate per la tv e il cinema. Nonostante ciò e nonostante Barbara non abbia timore a mostrare il proprio corpo (divertentissima la scena in cui in un bar, per dimostrare di avere l’età per acquistare alcolici, mostra il seno sviluppato, creando ancor più imbarazzo in barista e avventori) il rapporto tra i due non si svilupperà a livello sessuale se non quando Barbara, apparentemente ripulita e rispettabile, farà decidere a Mikura di chiederla in sposa. Scoprirà in questo modo però che Barbara è una strega e che per sposarla deve sottomettersi ad un rituale magico. Le cose però non andranno per il verso giusto e i due torneranno a separarsi e a ritrovarsi in modo sempre più drammatico. Fino alla fine però Mikura – e i lettori con lui – si chiederanno quale sia la vera natura di Barbara: tanto più che di fronte all’invecchiare dello scrittore la ragazza resterà come l’abbiamo incontrata per la prima volta e cioè con un’età non meglio definita ma apparentemente attorno ai 17/18 anni. All’inizio Barbara sembra semplicemente una ragazza alcolizzata che ruba per potersi comprare da bere, ma già fin dall’inizio sappiamo che tale interpretazione è eccessivamente semplicistica. Già le sue prime parole sono i versi di una poesia di Verlaine che certo non ci aspettiamo da una per quanto giovane homeless. Inoltre Barbara ha la fondamentale caratteristica dell’innocenza: sia quando ruba, sia quando si denuda non lo fa con malizia, non è lei che provoca ma semmai è Mikura che viene provocato e se ne offende. La presenza di Barbara diventa progressivamente quella di una musa (e che la madre di lei si chiami Mnemosine non è casuale) che rende possibile a Mikura non solo la creazione di capolavori letterari, ma anche il “recupero” di opere che credeva abbandonate e perdute. Infine c’è il tema di Barbara come strega, appartenente ad una società occulta al tempo stesso benigna (quando funge da ispirazione e da protezione) e maligna (quando tradita vuole la morte dello scrittore). D’altra parte c’è pure lo psichiatra che cerca di convincere Mikura che le sue visioni di Barbara e delle streghe sono tutte allucinazioni, esattamente come lo erano le donne su cui si dirigeva il suo impulso sessuale, svelate da Barbara quali oggetti o animali.

Tezuka non svela chi o cosa sia, alla fine, Barbara, ma è possibile tentare di interpretare. E la mia interpretazione è che Barbara sia la rappresentazione della creatività. Maltrattata ma desiderata, presente solo quando l’artista/scrittore si tiene ostinatamente lontano dalla “normalità”: non a caso quando si sposa e ha una famiglia con una figlia non riesce più a scrivere. Necessariamente eccessiva – l’alcolismo, i furti e la nudità esibita – e lontana da una “normale” sessualità “borghese”. Anche quando Barbara accetta le avance romantiche di Mikura e la sua proposta di matrimonio lo fa solo nell’ambito di una celebrazione stregonesca e quindi eccessiva. Barbara non è in realtà una persona ma la rappresentazione di un aspetto – contemporaneamente desiderato e odiato – della personalità di Mikura. Un aspetto di Mikura che continua a vivere anche quando Mikura come scrittore non c’è più proprio perché resta nella sua opera. In questo senso si tratta di un’opera di cui è necessario ricominciare la lettura una volta terminata, e ancora e ancora, perché tanti sono i sentieri più o meno interrotti disseminati in essa che vale la pena inseguirli e tentare, col nostro acume di lettori, cercare di percorrerli anche quando l’autore ha smesso di tracciarli.

Di fronte a questo indubbio capolavoro, com’è l’interpretazione di Go Nagai? Go Nagai, per quanto di una generazione successiva rispetto a Tezuka (Tezuka è del 1928 mentre Nagai del 1945), è comunque un maestro universalmente riconosciuto del fumetto giapponese avendo creato opere come Mazinga, Jeeg, Goldrake, Devilman, ecc. Nonostante tale blasonato curriculum, la sua versione di Barbara è purtroppo francamente deludente. Nagai, in circa un terzo delle pagine rispetto a Tezuka, ripropone teoricamente tutti gli elementi presenti nel Barbara tezukiano, ma in forma ipersintetica e banalizzata. Scompare lo scrittore e al suo posto compaiono tre diverse figure maschili: un pittore, un musicista e un killer della yakuza. Per i primi due Barbara è modella e musa, per il secondo una sorta di ancora di sicurezza. Ognuno di loro perdendola andrà incontro alla rovina, ma nondimeno qui almeno uno di loro otterrà un finale positivo. Nagai, in considerazione del diverso clima culturale, non mostra più Barbara picchiata dai personaggi maschili ma, in compenso, ne esalta la spudoratezza e disponibilità sessuale: mentre la Barbara tezukiana esordisce citando Verlaine, quella nagaiana cercando di sedurre sessualmente il pittore per cui sta posando. Anche artisticamente l’opera non è eccelsa, soprattutto nel tentare di imitare il tratto tezukiano da parte di Nagai: cosa evidente soprattutto nella fisionomia del personaggio Barbara che Nagai cerca di disegnare come quello di Tezuka facendo pensare piuttosto ad una caricatura. Decisamente più belli – anche da un punto di vista strettamente grafico – i capitoli introduttivo e conclusivo dove Nagai rievoca la sua formazione di fumettista all’ombra del maestro e il diario di un viaggio negli USA fatto assieme.

Se perciò il Barbara di Go Nagai è un fumetto minore che può tranquillamente essere lasciato agli appassionati, il Barbara di Tezuka è un capolavoro da leggere, rileggere, tramandare e diffondere.

Qui di seguito le prime tre pagine (sei tavole) di entrambe le opere. C’è qualche elemento grafico esplicitamente sessuale di cui spero nessuno si offenda.

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Dove il paradosso contamina i rapporti umani, compare la malattia.

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