Sono stato attratto dal romanzo di Emiliano Ereddia (siciliano, classe ’77, è laureato in Scienze della Comunicazione e diplomato con merito alla Scuola Holden di Torino; con il Saggiatore ha pubblicato il romanzo Le mosche – 2021 – e Il settimo cerchio – 2024; ha firmato la sceneggiatura del film indipendente W Zappatore che nel 2011 ha vinto come miglior film al Brooklyn Film Festival; è creatore di Selfiesh, serie web premiata a novembre 2016 al Dublin Web Fest; è autore della newsletter settimanale Resoconti Terrestri e di programmi televisivi di ogni genere come MasterChef Italia, LOL Talent Show, Celebrity Hunted, The Traitors Italia, Grande Fratello e molti altri), L’Oltremondo, pubblicato da Alessandro Polidoro Editore, dalla presentazione che parla di un’Italia trasformata in tecnocrazia autoritaria dove un professore universitario, allontanato dall’insegnamento, partecipa ad una rete clandestina che vuole rovesciare il regime.

Alla fine della lettura sono perplesso ed in dubbio se segnalare l’opera come ottima o pessima. Sarei propenso a dire che è, contemporaneamente, entrambe. Paradossalmente. L’idea è indubbiamente ottima e anche lo sviluppo legato al progredire della cospirazione in cui il professore, costretto ad una “cura” farmacologica dal regime per le sue esternazioni politiche, è una sorta di ingranaggio contemporaneamente casuale e centrale, è affascinante nel suo svelare che la svolta autoritaria deriva da una riforma della giustizia che progressivamente ha portato ad un regime autoritario che si “nasconde” dietro alle “migliori” scelte suggerite da un team di Intelligenze Artificiali, che fondamentalmente servono a giustificare quello che il regime ha già in precedenza deciso. La rete sovversiva a cui aderisce il professore sfrutta però abilmente i social per diffondere una teoria inventata ma che riesce a creare una insurrezione popolare.

Inoltre anche la scrittura è decisamente affascinante dilungandosi in frasi e descrizioni arzigogolate e interminabili. Ad esempio il paragrafo iniziale (dopo la parte introduttiva):

Mi sveglio la sera, poi, e quasi sempre alle diciannove, e può essere un minuto prima o un minuto dopo ma mi sveglio quasi sempre alle diciannove ma davvero non so. E allora esco di casa, e affronto il selciato, e zoppico contro i lampioni, e le spallate ai pali e le scarpe incespicano sui dislivelli della pietra, e sospinto e compresso dalle luci gialle del centro e dalla loro umidità ciclonica io rimbalzo, e senza manco lavarmi la faccia, esco, poi, e senza nemmeno guardare i miei mobili le mie cose ferme sparse là in quel buio fermo della vita morta che trasudano anni di energie andate perse ed emozioni provate e gioie risate balli e qualche pianto e poi niente, senza tutto questo e tutto incastrato e dissolto tra le polverose lande di legno defunto smaltato delle anime dei miei avi e dei miei padri mio padre madre le ossa di mia nonna le immagini loro ferme in un bianco e nero ormai azzurrino attaccate alle pareti o imprigionate dagli specchi incorniciati i corpi rigidi e secchi e gialli in un’aria di tomba, e tutto questo turbine del tempo tutt’intorno a me i muri di casa mia che è morto un tempo morto ma vive, e piantati i miei ricordi i miei anni spalmati là intorno a questo tutto che mi comprende – e dentro questo tutto che mi comprende e guidato dalla mente che mi interferisce – allora io esco – e senza manco spogliarmi o vestirmi indossare o togliere un paio di scarpe o un pantalone o un che – allora io esco, e striscio dritto e lento verso il locale le spallate ai pali rimbalzo assorbito dalla notte umida e gravida di volere e unta a volontà di gocce grasse e lascive e inciampo sui dislivelli della pietra e io esco. (p. 15-16)

Questa scrittura affascinante e difficoltosa si sposa relativamente male al plot, tanto è vero che nella terza e ultima parte del romanzo, quando gli eventi si fanno più concitati avvicinandosi alla conclusione, tutto questo periodare ampolloso si allenta e anche la lettura diventa più veloce. Ma allora era davvero necessaria all’inizio?

È proprio qui la contraddizione dell’opera: l’attenzione alla scrittura mina la costruzione iniziale con la realizzazione del complotto, eccessivamente sbilanciata sull’attenzione per il periodare complesso e involuto. Attenzione che però non può essere mantenuta quando l’intrigo e l’intreccio richiedono una focalizzazione maggiore su di essi. Un romanzo quindi squilibrato, ora in una direzione ora nell’altra che non riesce ad essere né un ottimo romanzo distopico né un ottimo romanzo “sperimentale” a livello di scrittura. E tutto ciò fa sì che lo si possa considerare pessimo o, almeno, un po’ difficile da leggere fino alla fine.

Ma, nonostante tutto, consiglio di dargli una chance perché interessante. Magari anche provando le due precedenti prove narrative (e trattasi di consiglio anche per me stesso) o quelle che verranno in futuro.

Emiliano Ereddia

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