
Per sintetizzare l’ultimo film di Kathryn Bigelow – A House of Dynamite – mi basta una sola parola: zeitgeist.
In realtà non so il tedesco ma mi è rimasto impresso l’uso iconico del termine fatto da Hegel per identificare il concetto di “spirito dei tempi”: ciò che meglio di altro riesce a rappresentare in tutta la sua complessità il tempo in cui stiamo vivendo. Già con The Hurt Locker nel 2010 (vincitore anche dell’Oscar per la migliore regia) e poi con Zero Dark Thirty nel 2012 la Bigelow aveva rappresentato l’America del presente o del recente passato come un paese confuso e contraddittorio, che si dente isolato e contro tutto il resto del mondo. Ma mai come con questo A House of Dynamite era riuscita nel ritrarcelo in maniera così maledettamente cruda.
Intendiamoci: non è il miglior film della Bigelow. Alla fine neppure lei sa dove andare a parare e alla fine forse neppure le interessa. Ha una squadra di attori straordinari – Idris Elba (vari Avengers), Rebecca Ferguson (Dune), Gabriel Basso (Giurato n. 2), Jason Clarke (Oppenheimer), ecc. – che sbatte davanti a una camera a spalla in scene velocissime in cui probabilmente qualsiasi attore esordiente se la sarebbe potuta cavare in maniera accettabile. Perché evidentemente non le interessa la recitazione, quanto la costruzione, sempre più nervosa e ansiogena degli eventi: le varie strutture di comando degli Stati Uniti, dal POTUS fino ai militari dispersi nelle basi più remote, non hanno nonostante tutta la potenza militare e i dollari in essa investiti, la capacità di fermare un singolo missile atomico scagliato verso una città americana. Peggio: le contromisure, come espresso bene dall’analista, sono un suicidio perché il colpire tutti nell’impossibilità di individuare il colpevole avrebbe l’unico risultato di coalizzare tutto il resto del mondo contro gli USA.
Ma, se la storia del film non è eccelsa da un punto di vista narrativo (al comparire dei titoli di coda ho esclamato: che bastarda!), è una perfetta descrizione di come gli USA odierni si nascondano sempre più dietro la propria immagine di superpotenza militare (invece di cercare accordi e mediazioni) che la Bigelow mostra perfettamente essere in realtà un miraggio perché è impossibile guardare contemporaneamente in ogni direzione. E fino alla fine l’identità di chi ha lanciato il missile atomico verso la città americana resterà indeterminata ma, come un cerino lasciato cadere nella casa riempita di dinamite con la speranza che nessuno la faccia esplodere, l’effetto sarà comunque una catastrofe globale.
Se la narrazione è (volutamente?) limitata, la costruzione – il montaggio – è qualcosa di assolutamente splendido. La suddivisione in tre segmenti, dove ognuno narra lo stesso arco temporale ma visto da diversi tra i personaggi riuniti per affrontare la situazione, è eccezionale e riesce a mostrare come ognuna delle persone al top della catena di comando della nazione militarmente più potente al mondo, sia alla fine un essere umano, con le paure, gli sbagli, le incertezze di qualsiasi altro essere umano.
Il film, prodotto da Netflix e uscito per pochissimi giorni nelle sale, è disponibile sulla piattaforma di streaming.
Link nel post:
- Pagine dedicata a A House of Dynamite sul sito di Netflix: https://www.netflix.com/it/title/81744537

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